Lino Di Gianni


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Commissario Incantos

Racconti

La strada era lunga e diritta e spezzava in due il paese, rivelandolo tutto.
La coppia di Testimoni di Geova batteva come al solito prima tutto il marciapiede di destra, poi, al ritorno, tutto quello di sinistra, perché niente fosse lasciato al caso.
La giornata grigia dava un color di piombo a case e cielo e le persone spiccavano appena per un qualche colore livido d’avanzo.
Il Commissario Incantos aveva appena cercato di avviare la sua vecchia Panda Bianca. Niente. L’orologio della macchina era fermo, la batteria completamente scarica. Si ricordò di avere in garage l’accumulatore portatile, vero regalo sfizioso che si era fatto.
I poli, come si collegavano, non si ricordava mai: rosso con nero? Positivo con positivo? Bon, provò: scintille dappertutto. Aveva sbagliato. Attaccate giustamente le polarità, la batteria si caricò e la macchina partì.
Con settecento euro di pensione, Il Commissario Incantos a settanta anni, non poteva permettersi di meglio.
Che poi, nemmeno era un vero Commissario: lo chiamavano così certi suoi amici sardi, da quando avevano fatto insieme gli operai alla Fiat Meccaniche di Mirafiori.
I pochi capelli rimasti sulla testa di Vito Lo Muscio, alias Commissario Incantos, non gli impedivano di tenere il pizzetto e le basette alla Lenin. Il benzinaio della piazzetta di Barriera, dove abitava lo salutava tutte le mattine con un tocco al cappello, come a rendergli omaggio, e poi aggiungeva:
Prendi il caffè?
Solo quello del bar, non della tua macchinetta, rispondeva Incantos. E sorridendo lo prendeva sottobraccio dicendo, dai che offro io, lascia il garzone, che tanto basta e avanza.
“Allora, che si dice, don Vito? Sempre a cristonare contro questo paese imbastardito… lo sai che c’è la crisi, no?”.
Il Commissario Incantos, che non per niente aveva questo soprannome, si voltò a guardare verso i giardini: solite cinquanta bottiglie vuote di birra, buttate per terra.
Si voltò a guardare le automobili posteggiate: qualche specchietto rotto penzolante e gomme bucate.
“ Sì, c’è la crisi, Antonio. La benzina sta avendo prezzi da tartufo, e io non mi ricordo di essermi speso i soldi a puttane”.
Questa dei soldi era una ferita bruciante.
Vito Lo Muscio aveva lavorato da quando aveva 13 anni, ma sempre in nero, senza marchette nè contributi. E quando si era licenziato dalla Fiat, con vent’anni aveva maturato una miseria.
“ Hai sentito il casino di stanotte, la polizia, le sirene?”
No, rispose Incantos, di solito la notte dormo, mi faccio i fatti miei.
Si, sono scappati dal centro di detenzione, quello degli stranieri, sai il Cie? Una ventina, li han ripresi tutti, meno quattro. Li cercavano qua, in case di nigeriani.
Il Commissario Incantos si fermò a guardare alla finestra con le persiane verdi. Intanto bagnava il suo mezzo toscano, pregustandosi il sapore amaro e acidulo che avrebbe tenuto in bocca, arricchito dalla brace forte all’estremità.
“ Hai visto la donna uscire, oggi, Antonio?”
Il benzinaio si pregustava la domanda, sapendo che, nonostante l’età, il suo amico aveva un debole per le belle donne.
“ Com’è che l’hai chiamata quella bella donna sudamericana?”
Il commissario non rispose subito, sapeva che il benzinaio si divertiva con lui come il gatto con il topo.
E poi, adesso aveva tempo, che male c’era?
“ L’ho chiamata Poca Luz, lo sai, che nella sua camera non si vede mai bene niente!”
Proprio in quel momento, nella luce di gazzosa affogata del mattino che prometteva neve, la donna decise di uscire col suo passo dondolante, come fosse un ballo, ma ripensato, e incerto.
Come fosse un bolero, ma ritardato e dimenticato.
“ E meglio che la lasci perdere, Vito, che poi finisci sempre nei guai”. Ma i consigli del benzinaio il commissario non li ascoltava quasi mai.
Il commissario vide la donna allontanarsi in direzione della piccola stazione dei treni, e pensò che doveva usare di più il treno: era un ottimo luogo di incontri.

Fece ancora qualche giro a piedi, poi andò a sedersi in quello che considerava il suo ufficio permanente: un bar con la vetrata sulla piazzetta antistante la stazione. Qui poteva leggere, scrivere, telefonare, ricevere i suoi contatti personali.
Stava ancora girando il caffè, quando arrivò al suo tavolo un signore che aveva incontrato qualche volta per strada, davanti al distributore pubblico dell’acqua.
Si sedette, lo salutò, e iniziò a parlare, pulendosi le spesse lenti. Cominciò, come si conviene, osservando che la neve quest’anno tardava. Creava un piccolo risucchio, in finale di frase, che rendevano non del tutto comprensibili le parole.
Eppoi il commissario, cominciava a manifestare una certa sordità, anche se affrontava la cosa con fatalismo.
Ma quando ad un certo punto si accorse che l’altro aveva alzato la voce, per richiamare la sua attenzione, si concentrò, vedendo l’uomo dilatare un poco le pupille, come se volesse assorbire tutta la luce che arrivava dalle vetrate.
“ Perché lei lo vedrà, se le capiterà di incontrarlo. E’ un uomo freddo, e cattivo. Tiene molte armi in casa sua, e sono sicuro che non esiterebbe ad usarle, come quella volta che gli capitò di ferire un rumeno che protestava per il mancato pagamento.
Lui mise tutto a tacere, lo sanno tutti.”
“ Perché mi dice queste cose, mi scusi? “ lo interruppe Incantos.
Continuava a mettere e togliere l’orologio dal polso, ora gli dava fastidio, ora necessitava del peso e dell’ora, per distendersi.
In casa sua aveva un orologio in ogni stanza, perché voleva sapere sempre quanto tempo esattamente passava, quanto ne restasse.
“ Mi scusi, non mi sono neanche presentato, mi chiamo Balthazar, Balthazar Puig, e vorrei che mi aiutasse a ritrovare mia nipote.
Ho ragione di temere che sia stata rapita, e che in questo c’entri l’uomo di cui parlavo prima.”
Suonava mezzogiorno, pensò il commissario, bisogna pensare per tempo a cosa mangiare. Ma il secondo, più inopportuno pensiero fu: chi diavolo è costui, e che vuole da me?

Balthazar Puig , a vederlo oggi, l’avresti preso per un ometto inoffensivo. Impermeabile stazzonato, borsa di pelle nera sdrucita, semivuota e questo movimento continuo delle mani di scartare caramelle e portarle alla bocca.
Il Commissario osservava la scatolina di cartone di queste caramelline alla genziana, marca Leone.
Non amava queste storie di intrighi complicati che non capiva.
Quando succedeva, la sua mente svolava come a incidere la corteccia di una betulla bianca, con pochi graffiti, come a dire: me ne vado, dimenticatemi.
E tuttavia , riaprendo gli occhi, l’uomo con gli occhi di un grigio quasi viola era ancora lì, in attesa di una sua risposta.
“ Guardi- disse lentamente cercando di sgusciare via- forse c’è un equivoco. In passato, per una serie di circostanze, mi sono trovato ad aiutare la polizia a risolvere un caso. Ma, si figuri, per via di un parente che faceva l’usciere.
Insomma: circostanze- fortuite- casuali. Mi segue?
L’altro non si fece impressionare e dicendo, so tutto, gli mostrò la foto di una ragazza giovane dallo sguardo spaventato.
“ Questa è Ninetta, mia nipote. Faceva la guida turistica, specializzata in viaggi tra l’Italia e il Messico, fino a quel maledetto giorno che invece del mare di Puerto Escondido dovette accompagnare un gruppo di turisti verso il Chiapas, nelle zone occupate dalla guerriglia di Marcos.”
Vito Lo Muscio sapeva che sarebbe successo, e cercò di evitarlo.
Durante il giorno aveva due priorità: non perdere il pasto e non mancare il passaggio della bella sudamericana.
Alle 12 e 40 sarebbe ripassata da lì col suo passo curandero e stavolta avrebbe trovato un pretesto per attaccar bottone: poi da cosa nasce cosa.
Dunque, si era alzato, aveva rimandato alle cinque il tutto.
Ma alle cinque, cosa avrebbe detto?
Ah, la pasta con le lenticchie! Ah, gli zampini di maiale.
E poi, Poca Luz, la sudamericana, come mai oggi tardava?
Si era trattenuta da Dulce, una sua amica cubana che gestiva un bar e aveva perso il treno.

Ninetta Ayez, figlia di un maestro cubano e di un’italiana, aveva deciso di impostare la sua vita sui tranquilli binari della guida per turisti pensionati ricchi che facevano i viaggi con le agenzie che comprendevano tutto, dagli spostamenti alla guida che diceva quello che c’era da sapere, per poi vantarsi con gli amici.
Tutto bene, per questa ragazza magra e dai lineamenti nervosi, con un sorriso sempre disponibile ad accogliere, e qualche volta a fuggire.
Tutto bene fino a quel giorno, quel maledetto giorno in cui si erano presentati quei due, quella coppia di anziani diversi dal solito.
Lei, come una casalinga minuziosa, le aveva chiesto indicazioni per un viaggio semi- organizzato, e con località legate alla storia politica del Messico: le zone della rivolta indigena coordinate dal sub-comandante Marcos.
Lui, le aveva chiesto se aveva mai visto un oggetto del genere, che stava cercando per realizzare un’opera d’arte.
La ragazza aveva guardato questi due, e una parte del cervello le aveva detto “ Attenta! Ti caccerai nei guai.”
L’altra le aveva fatto sentire l’adrenalina dei suoi giorni migliori.
L’uomo, con due occhi azzurri da lago ghiacciato, le porse una lettera, dicendole:” Legga, io voglio andare in questo luogo e in questa geografia”
La ragazza prese a leggere,e ciò che la fece impallidire non fu tanto il contenuto, che la portò al sorriso dove parlava dei biscotti, quanto chi scriveva quella lettera: il sub-comandante Marcos dell’esercito zapatista.

FORSE… (Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica)
ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO Luglio-Agosto 2011
Per: Don Luis Villoro
Da: SupMarcos
Don Luis:
Le mando i saluti di tutt@ noi ed un abraccio forte da parte mia. Speriamo che stia meglio in salute e che la pausa in questo scambio sia servita per nuove idee e riflessioni.
Anche se la realtà attuale sembra precipitare vertiginosamente, una seria riflessione teorica dovrebbe essere in grado di “congelarla” un istante per scoprire in essa le tendenze che ci permettano, rivelando la sua gestazione, di vedere verso dove sta andando.
(E parlando della realtà, ricordo che fu a La Realidad zapatista dove proposi a Don Pablo González Casanova lo scambio: lui doveva farmi arrivare un pacchetto di biscotti Pancrema, ed io dovevo inviargli un presunto quanto improbabile libro di teoria politica (per definirlo in qualche modo).
Don Pablo lo fece, ed il dilatato procedere del nostro calendario mi ha impedito di compiere la mia parte dello scambio… non ancora. Ma credo che durante le piogge prossime ci saranno altre parole.
Come forse si è andato insinuando nella nostra corrispondenza (e nelle lettere di coloro che,generosamente, hanno aderito a questo dibattito), la teoria, la politica e l’etica si intrecciano in modi non così evidenti.
Certamente non si tratta di scoprire o creare VERITÀ, quelle pesanti pietre che abbondano nella storia della filosofia e nelle sue figlie bastarde: la religione, la teoria e la politica.
Credo che saremmo d’accordo sul fatto che il nostro impegno mira più a tentare di far “saltare” le linee non evidenti, ma sostanziali, di questi ambiti.
“Abbassare” la teoria all’analisi concreta è una delle strade. Un altro è ancorarla alla pratica. Ma nelle epistole non si compie questa pratica, semmai si rende conto di essa.
Cosicché credo che dobbiamo continuare ad insistere “nell’ancorare” le nostre riflessioni teoriche alle analisi concrete o, più modestamente, tentare di delimitare le loro coordinate geografiche e temporali. Cioè, insistere nel fatto che le parole si pronunciano (si iscrivono, in questo caso) da un determinato luogo e tempo.
Da un calendario ed in una geografia.
Vito lo Muscio si rigirava il sigaro in bocca, spento.
Senza fiamma, faceva meno male, forse, il suo mezzo toscano.
Questa storia del rapimento di una ragazza, non gli piaceva per niente. Che c’entrava lui, con questi intrighi?
Si fece un caffè, lento, indolente con la sua vecchia caffettiera napoletana che nessuno usava più al Nord.
Mangiucchiò uno di quei biscotti allo zenzero che gli ricreavano un ambiente dei paesi nordici,e subito si costrinse a pensare al Messico. Che ne sapeva lui, di questo paese. Niente.
Anche questa volta, si disse, nessun rimorso.
Si perse a pensare al ritratto di Emiliano Zapata, alla revolucion degli anni 30, al Chiapas e agli insorgenti..gli venne sonno e si addormentò.
Dormendo sognava. Sognava di essere di nuovo giovane, di viaggiare senza problemi di soldi e..di avere molte donne che lo desideravano. Lui le guardava, a qualcuna diceva di sì, a qualcuna diceva di no.
Poi il quadro, cadendo, lo svegliò: pessima cornice cinese da pochi soldi, ed ecco il risultato.
Commissario Incantos, mica male come soprannome, se almeno avesse risolto un caso, un solo caso.
E questo, perché no? Magari la ragazza s’era persa, lui la ritrovava e si prendeva i soldi e il merito.
Mm: sopralluogo? No. Aereo, soldi, avrebbe telefonato alla sua amica Cienfuegos, che avrebbe risolto tutto.
Il suo motto era, risolvo problemi, spese modiche, me le date poi.


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