Lino Di Gianni


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Emiliano

Racconti

Emiliano (o delle Antiche Sere)
Racconto di Lino DI GIANNI

Uno. Emiliano


Il sole tramontava quasi, anche se non era ancora sera.
Il vento era calato, come fosse diventato il segnale di un’attesa.
Qualche rara auto passava segnando il tempo degli altri, mentre a casa sua, Emiliano, interrogava i fondi del tè nero aromatizzato vaniglia: gli piaceva il profumo, ma il gusto un po’ dolciastro gli faceva sempre pensare che avrebbe dovuto cambiare scelta.
Cosa dicevano i fondi nella sua tazza, partire o non partire?
Rimanere, in questa parte depressa del paese, senza lavoro, viva solo nei pochi mesi del turismo, o partire, partire all’avventura? Sì, cercare lavoro, ma anche una nuova vita, non la faccia appesa della madre che non chiede nemmeno più se ha trovato qualcosa. E’ vero, voleva dire abbandonare Savina, la sua ragazza, la sua promessa, una donna che non è mai uscita dal cerchio di “ genitori, pecore, fattoria”.
Dolce il suo sguardo, ma offesa dalle sue intenzioni.
“ Allora è vero, te ne vuoi andare- abbandonarmi qui” diceva la ragazza con gli occhi quasi chiusi e la bocca tirata.
“ Costretto sono, Savina. Qui morire, posso solo. Lo sai, lo capisci? Vieni con me, qualcosa troviamo”
“ Emiliano, tu sei pazzo, hai la testa piena di sogni. Un lavoro se volevi lo trovavi, qui da noi”.
“ Certo, e stare ogni giorno sotto tuo padre, a morire tra la disperazione e le sue pecore”.
“ Allora queste sono le ultime parole mie, che tutto dimenticherò, anche la tua faccia !”
E Savina se ne andò tirando una pietra nella fontana del paese, che non l’avrebbe mai fatto, che ci bevevano i cristiani e anche qualche bestia. Emiliano fu sul punto di tornare indietro, per spiegare, forse cambiare idea, magari poteva convincerla a venir via con lui.suo sguardo s’impigliò nella vetrina dell’unica libreria del paese: deserta, qualche libro si vendeva come generi alimentari a borsa nera. Difficili a trovarsi, avevano qualche rigurgito di vita nei pochi libri di scolastica di settembre, e poi qualche romanzo passato in televisione, e, quasi dietro il banco, i pochi romanzieri dell’Isola, che cercavano di tenere viva la voce di un’identità tramandata e il fuoco della disperazione come ribellione attiva.radar che volevano mettere sull’isola, in funzione anti-migranti, era una cosa assurda, pensò Emiliano. Quest’isola non meritava di essere vista come un bordello estivo di lusso e un carcere desolato di natura
disperata, per il resto dell’anno. Il suo compagno di scuola gli rompeva le scatole con la storia del pizzaiolo assunto sul momento da un riccone dei paesi arabi, dopo che gli aveva fatto una pizza strepitosa.
“ Emiliano, a Dubai dobbiamo andare. Sempre te lo dissi. Mai creduto mi hai!”
Già, gli rispondeva Emiliano, a fare gli schiavi come i filippini. Per un paese artificiale di merda., dove poteva trovare veramente qualcosa da fare, un giovane come lui, con poca voglia di sbattersi in un lavoro fisso a sciroccarsi la testa?
Il primo aliscafo era partito pieno, aspettava il traghetto, passaggio ponte, l’aria fresca della notte gli avrebbe reso meno duro il distacco da quella terra che, nonostante tutto, amava. E da Savina, che vedeva, come se fosse in un cinema all’aperto, che gli sorrideva contenta.



Due. Savina

Mentre l’uomo giovane si allontanava, la donna si ritirava nella sua stanza, regno indiscusso e sconosciuto ai più del suo universo.
Un tappetino di bambù delimitava lo spazio del tavolo che usava per mangiare. Quando lo toglieva, con una penna e dei quaderni con i fogli di carta grezza riciclata, ricostruiva l’origami dei suoi pensieri.
Quasi nessuno sapeva di questa sua passione: scrivere.
E lei sapeva che non lo faceva per farsi leggere, conoscere o condividere. No. Lei cercava di costruirsi uno specchio liquido, evanescente: a cui offrire spunti, scritti e inganni per vedersi restituire, sotto forma di parole scritte sottotraccia, quella che ai più appare come realtà oggettiva, ma che a lei non interessava.Per esempio, lei era una contadina isolana persa e rinchiusa nel recinto delle pecore, a cui badava, e nel giogo dei propri genitori, alla legge dei quali, sottostava?
Certo, apparentemente, era così.
Ma lei Savina Sanna, era anche il Maestrale che assedia le case e attende che l’alba scacci i fantasmi. Aveva dovuto abortire, a 18 anni, ed era riuscita a non far sapere niente a nessuno.
La mammana che l’aveva sgravata era sparita insieme ai soldi e al mancato padre come brezza sul mare.Aveva sperato nelle promesse di dolcezze morbide di quel l’uomo che aveva conosciuto vendendo il formaggio: Emiliano. Le sembrava un uomo diverso dagli altri. Uno che non si era fatto vincere dall’amarezza d rimanere sempre sulla soglia.
Senza lavoro, senza casa, senza una propria famiglia lei sapeva che Emiliano aveva però il sogno di capire i bisogni degli altri e mettersi in sintonia, come faceva con la sua piccola barca aiutando i pescatori a organizzare la filiera: pescatori-cooperativa-vendita ai grossisti del Continente alle migliori condizioni, nel minor tempo possibile. Poi qualcosa era cambiato. Emiliano s’era incupito sempre più. Si era convinto della necessità di fare il giro della propria prigione, uscire dall’isola, forse andare anche in altri Continenti.E lei nulla aveva potuto fare e dire per trattenerlo.
Insieme all’isola, quell’uomo lasciava le sue radici, la cultura che aveva amato, la persistenza dello sguardo fragile, ma non dismesso.
Lei aveva vista la fine della loro relazione, insieme al suo nascere.
Non avrebbe potuto rivelare a lui, il segreto della sua scrittura.
Quella possibilità di farsi legna e pietra e fuco che brucia nel camino nascosto della Storia, dove tutte le piccole grandi donne, solitarie o maritate, avevano bruciato la cera che teneva incollate le loro ali, pur di avvicinarsi al Sole.
E allora Savina legge, legge continuamente libri scritti sull’urgenza di comunicare ciò che il viaggio verso Itaca ha comunicato agli altri. E poi prende appunti, diligente, con l’umiltà con cui prepara la pasta fatta in casa. Perché le parole hanno segreti che non comunicano a tutti, hanno ingressi rari e aperti solo con il cambiare delle maree.
Ora sale, ora scende, come gallina in covata, come un treno in percorrenza, al buio nero delle gallerie.

(continua)




Tre. Pablo

Emiliano è sul ponte del traghetto, è una notte senza stelle, il salmastro circonda il suo viso, come la scia dietro la nave che è grossa, indolente e sembra precludere il ritorno.Un’asta dimenticata batte contro la fiancata, scandisce il viaggio e impedisce ai pensieri di Emiliano di muoversi verso il giorno che l’aspetta.Sa che c’è un amico che gli ha offerto un posto letto nella sua cameretta, provvisorio, il tempo di guardarsi intorno e trovare qualcosa.Sa che basta presentarsi di mattino presto in certi posti e ottenere di scaricare cassette ai mercati generali o qualche lavoro di manodopera nelle carovane, anche se la concorrenza con gli stranieri sarà dura.Nell’isola i cinesi avevano aperto negozi dappertutto e certi quartieri erano tutti di loro.
Ma ora dovrà dimostrare la sua volontà di riuscire ad avere un futuro, una casa, un lavoro e magari anche una famiglia.Sul ponte vicino a lui è seduto un uomo, sta fumando. Vicino a sé ha una scatola abbastanza grande, da cui provengono movimenti sordi.L’uomo guarda Emiliano, poi guarda la scatola e dice:- La vedi quella scatola?- Eh, e allora?- La devo buttare a mare.-Ah si?- Sì, se non trovo qualcuno che se lo prende
-Cosa, che hai lì dentro? Ho sentito dei rumori- Ho un cucciolo, un cucciolo di cane.- Bravo, ma perché vuoi buttarlo in mare?- Dammi qualche euro e te lo do! E’ peccato buttarlo in mare
- Senti, non posso sopportare che lo affoghi. Dammelo, tieniti questi pochi euro.-Guarda, ne avevo sette, proprio per l’ultimo mi prendo anche questi pochi soldi.E se ti serve un posto…
- Si? Conosci qualcosa?- Appena arrivi a terra, chiedi del la cooperativa Vento Largo. Chiedi di Carlin, dì che ti manda Causin
- Ma che ci trovo, lì?
- Magari un po’ di lavoro, un posto da dormire- e forse anche qualcosa da imparare. Loro, accolgono tutti.L’uomo si alzò lentamente, e come se avesse dimenticato qualcosa se ne andò su per la scaletta interna, verso i piani superiori.Emiliano accarezzò il cucciolo che stava guaendo piano, lo prese in braccio, delicatamente.- Dai, piccolo, che adesso ti cerco qualcosa da mangiare, anche se con questo mare non so cosa sia meglio.Lo accarezzava e gli faceva gli occhi dolci, come a una morosa appena rincontrata.
-Posso chiamarti Pablo, eh? Che dici? Anche tu sei un cagnetto come quello che avevo da piccolo, mezzo volpino e mezzo bastardo. Ma così è bello, vero? Dai, allora diciamolo insieme: alla via così! Come dice l’anarchia.La nave stava quasi arrivando quando le prime luci dell’alba si sciolsero nel rosso arancione del sole, impressioni di Levante.
( Presto avrebbe potuto bere di nuovo il suo tè nero col cuore dolce al gusto di vaniglia).



Quattro. Affari.


Savina è in cucina, prepara la cena per due sue amiche. Un risotto con frittata e contorno di verdure.
Piatti semplici, ma preparati con cura. Il riso bianco al vapore, con nel piatto, yogurt e salsa rossa, come ha imparato da una sua amica turca, Yerezh.
Yerezh le diceva sempre che, quando era scappata in Svizzera dal suo paese si era portata solo una cosa, preziosa: la passione per preparare da mangiare per gli altri. La tradizione delle chorba, minestre buonissime con degli aromi evocanti, come il cardamomo o la menta. O del pesce riempito di gusti e aromi e cotto al fuoco delle braci del ginepro.
Si, anche ciò che aveva capito Savina andava nella stessa direzione: quando amava qualcuno, le piaceva nutrirlo con alimenti cotti con pazienza e dedizione, quasi fosse mettere piantine nel terreno, aspettando di vederne i frutti.
La sua casa l’aveva voluta come fosse quella di un’isola greca, bianca fuori a respingere il sole e con sfumature azzurre e viola dentro, come a farsi invadere dai verde smeraldi delle acque del mare, poco distanti e udibili nelle lunghe notti invernali.
Poco distante dalla casa di Savina, mentre lei prepara la cena, in una macchina un uomo si prepara a chiudere il finestrino dopo aver collegato il tubo di scarico affinché i gas arrivino nella vettura.
E’ un uomo alto, magro, avanti negli anni, con la barba ingrigita e la camicia mal stirata.
Sul sedile di destra ci sono delle foto di un ragazzo da giovane. Vicino, un pacchetto e una lettera.
L’uomo scende, sente l’aria tesa e dura della notte, e il sale con le sue promesse di sanare le cicatrci.
Vede due luci intermittenti, che a tratti compaiono e poi spariscono.
Gli salta alla memoria, come una balena che sfiata, quella notte che suo padre lo portò sul barcone dei pescatori, con l’acqua nera e chiusa tagliata dalle lampare e col puzzo di petrolio che si consumava.
Quella notte, se lo ricorda, ributtarono a mare un polpo, un polpo piccolo perché vivesse, in suo onore.
Ecco, ha deciso, farà come gli ha suggerito quella visione, si concederà ancora qualche tempo di libertà.
Vivrà.
Pur sapendo che i debiti di gioco non spariranno, che la sua famiglia sarà costretta per colpa sua a perdere la casa, che sul posto di lavoro non gli concederanno più crediti.
Quando aveva cominciato, a trasformarsi, il suo mondo circostante?
Quando aveva cominciato a capire il valore tragico, supremo, assoluto, dei soldi.
Aveva dovuto seppellire sua madre con un funerale pagato a rate, perché non disponeva della minima somma necessaria. E sua moglie e le sue figlie lo vedevano trasformato, chiuso, incupito mentre maltrattava i suoi cani arrabbiandosi perché nessuno desse loro da mangiare.
Di giorno, nel tempo libero dal suo lavoro in banca, passava il tempo a smontare e pulire la sua moto Gilera, quasi cercasse di far ritornare se stesso giovane insieme ai pezzi ripuliti.
Poi, al giovedì, tutti i giovedì del mese, a quel tavolo da poker che sembrava fatto dai soliti quattro amici del bar. Invece erano affaristi, imprenditori, nullafacenti in odore di malaffare.
Lui aveva tentato disperatamente di riprendersi dalle giravolte della fortuna.
Ma ora, aveva una settimana di tempo per onorare gli impegni di gioco, o togliersi di mezzo con una pistola.
L’uomo si chiama Anselmo, tutti avevano sempre fatto battute sul suo nome, ma lui, prendendo l’orologio da taschino, unico lascito del nonno, richiudeva lo sportellino che proteggeva la cassa in metallo pensando che le maldicenze sono come le ore, sai che ci sono anche senza guardare l’orologio.
Si, Anselmo sarebbe tornato a casa, quella sera, ancora un po’ si dava una proroga alla scadenza del debito.


continua

il pdf delle 4 parti del racconto

     
     

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