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Poesie > Recensioni
di Fernanda Cataldo
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La prima cosa che mi viene in mente da dire: è che il libro di Lino di Gianni suddiviso in tre momenti, fa parte di quella piccola editoria dove si sente immediatamente già dalle prime righe, un narrare prezioso tra incanto e disincanto, che tutti quanti dovrebbero leggere, ma che paradossalmente non potrà mai diventare un prodotto di massa, proprio per un suo intrinseco significato che va molto più al di là di una semplice parola descrittiva. Talmente è fornito di una lente speciale, metafisica e primordiale.
Non ultima la straordinaria capacità di rendere lievi, le situazioni pesanti, compresse, di una micro Italia ammassata nei bastioni della Fiat di Torino, con tutte le gioie e le delusioni di quegli anni dove la speranza malgrado tutto, era l’ultima a morire. Carlin in fondo ne diventa il testimone oculare, tra un passato e un presente in continua metamorfosi.
“Col tempo le linee della storia si confondono nella mia memoria.
Solo fatti che hanno lacerato la memoria, rimangono
pesci impigliati che non finiscono le agonie.”
“La vita raccontata, può essere descritta senza fronzoli.
Ha fatto quello, poi questo.
Nella vita reale, siamo descritti dai particolari.
Prendi l’acqua Velva Bluette, il dopobarba di Bernard. Usa solo quello, difficile da trovare.
Contiene alcool. Le pelli dei giovani sbarbatelli si irriterebbero. La sua, dura e fragile per i capillari, ha l’abitudine.
Come l’abitudine che ha, Bernard, a valutare le
persone, dopo.
Non prima, quando parlano, le parole, bla bla bla.
Dopo, quando c’è la lunga corsa dei fatti.
Quando la persona che sorride, corrisponde ai
gesti “gentili” della sua vita.
E’ difficile da spiegare.”
“Lo sguardo a velo Perché, alla fine, questo solo
aveva imparato: che esiste uno sguardo particolare
che avvolge tutto, cose e persone. Un modo di
guardare che cerca i nessi segreti tra le debolezze e
li unisce, come la luna e cielo stellato che tutto
comprende e riflette, senza giudizi.”