Lino Di Gianni


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Il dissipatore

Racconti


Il Dissipatore.

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Racconto Lino Di Gianni





430


It would never be Common- more- I said
Difference- had begun-
Many a bitterness- had been-
But that old sort- was done-

Or- if it sometimes- showed- as'twill-
Upon the Downiest- Morn-
Such bliss- had I- for all the years-
'Twould give an Easier- pain-


430

Nulla sarà mai più com'era prima
mi dissi- ha avuto inizio un'altra vita
molta amarezza è stata-
ma il suo tempo è passato

e se dovesse- come accade- ancora
riapparire- nel placido mattino-
tanta gioia avrei in me per ogni tempo
da rendere più docile la pena […]

Emily Dickinson































Uno

Il cielo è come un tenda col bastone rotto, minaccia neve.
Dal finestrino del treno vedo le risaie soffocate dalla brina,
dentro lo scompartimento si muore per eccesso di caldo.

Al solito, i termostati sono rotti.
Un signore, più in là, ha una mantellina gialla, vistosa
e una cesta di vimini, una cavagna, come la chiamano in Piemonte.

Un movimento d'orzata bianca e dal cestino spunta la testa di un coniglietto.
"Stai buono, che adesso torno". Il tipo con la testa molto rotonda,
gli occhiali spessi, potrebbe essere sui 40.
Ha pantaloni corti da boy scout attardato.
Si muove come se pensasse " Come son strani questi del treno".

Non so ciò che leggo nel libro, ma riempio i bordi
di quello che penso prima di arrivare.

E' due anni che mi scrivo con una persona mai vista,
una persona che ha un'incredibile capacità di scrittura,
di evocare mondi, di creare dal niente seduzioni.

Con la sola forza delle parole.
Con un fraseggio di note/parole crea una melodia
che mi resta in testa, e mi risuona per giorni.

Non so come sia fisicamente, non l'ho voluto sapere.
Né quale sia la sua età, anche se la comunanza di letture
fa pensare a un'intelligenza variegata e creativa.

Oggi le dita rosate finiranno di graffiare l'alba
scenderemo dal treno e
vedremo se i nostri bagagli a mano,
se la materialità dei nostri corpi
prenderanno per la gola e renderanno
di piombo le nostre bocche.
ma almeno finirà questo tormento.

Non sapere se a riflettere era uno specchio
o una finestra aperta sul cielo.

Comunque..









due


La strada di casa poteva ritrovarla al buio, sentendo l'odore.
Quel misto di sabbia bagnata, spazio vuoto e cemento. E quel pulito nuovo dei bagni non finiti.
Il palazzo vicino, in costruzione da anni, dove da piccolo giocava a tirare gli scartocci agli amici.
La sua banda, piccola ma decisa, era fatta da temibili giocatori di calcio.
Anche se, durante il giorno, per ragioni di incognito, apparivano come ragazzini.
C'era Ginger, il terzino che sembrava un pugile. C'era Salzani, il portiere miope dai capelli rossi, che quando si arrabbiava, si buttava in un corpo a corpo e sempre le prendeva. E c'era lui, naturalmente il centravanti, talmente veloce e leggero che lo buttavano a terra regolarmente in volo.
E poi c'era quello strano allenatore, cui nessuno dava credito. Con la barba lunga, nonostante la giovane età. Con le foto di donne nude, nonostante avesse tutt'altra fama. Le dava insieme a fumetti, purché si andasse a casa sua. Nessuno si fidava, nessuno gli aveva mai dato retta.
Doveva essere verso le cinque, quel giorno.
Il campetto scivoloso della pioggia appena caduta.
I tacchetti delle scarpe dure del freddo di Novembre. La sua squadra, l'Olimpiak, con tanto di cartellino per tutti i giocatori, aveva perso. All'ultimo. Per un autogol. Per terra, Ginger, il terzino che sembrava un pugile. Accanto a lui, caduta dalle tasche, una foto di modella nuda.
Tutti i ragazzi della banda si guardarono e il pensiero che li attraversò segnò l'uscita dall'adolescenza.

Aveva ventidue anni, il centravanti, e non aveva mai conosciuto da vicino una donna.
Finita la scuola, evitato il militare, era stato assunto come garzone di una bancarella di calze.
Quel giorno, doveva essere il grande giorno di Donatien.
Cosa poteva piacere di più, ad una donna, di una bellissima bambola- con tutti i suoi vestitini d'epoca? Una bambola vissuta, preziosa, con i segni del tempo.
Acquistata, cara, in un mercato delle pulci. Pazienza, per le piccole imperfezioni sotto il collo,
che tendevano a fuoriuscire dal tronco.
Con la carta a fiori acquerelli, un nastro improbabile, portò il regalo fin sulla porta di casa di Ginestra. Occhi azzurri, atletica come una tennista tedesca, Ginestra sorrise, socchiuse le lunghe ciglia bistrate, e strinse le braccia attorno al suo golfino aderente.
Quel ragazzo aveva un sorriso disarmante.







Tre

" Mi piacciono i ragazzi romantici- solo a te poteva venire in mente di regalarmi una vecchia bambola Lenci. Come hai indovinato questa mia passione? Non mi sembra di avertelo mai detto."
Donatien trattenne il guizzo di un sorriso, fece sì con la testa, poi guardando altrove le rispose
"E' che mi piace capire i sentieri delle persone, siamo come boschi da esplorare, no?
E se ascolti e guardi attentamente, puoi scoprire tutti gli animali da cui siamo abitati".

Ginestra prese a stringerlo, ridendo. Le piaceva l'imbarazzo di lui. Per lei era come giocare a fulmine, che ogni tanto sei preso- devi allargare le mani e aspettare che qualcuno ti liberi.
Per lui, nel lasciare libero il corpo, ci si dimenticava del peso, del tempo, della distanza.
Si poteva nuotare lo stesso tratto di mare come se a respirare fosse uno solo.

Le parole, per Donatien come pomodori da crescere e coltivare.
Per Ginestra, modi di aggiustare le contraddizioni della realtà.
Come quella volta, che lui aveva atteso fino all'alba, e Ginestra non tornava a casa.
" Cosa è successo, mi hai fatto dannare l'anima, non potevi avvertirmi?"
" Scusa-scusa, è che non avevamo un orologio. E il figlio di Marco, che era lì con noi, ha tirato una pallonata e ha rotto l'unico orologio dell'auto".

O quella volta che, parlando di un segreto che riguardava la salute di una sua amica, Ginestra confidò a Donatien che sì, questa sua amica aveva avuto un incidente d'auto, e aveva subito un trauma, un trauma fisico proprio lì, capisci? E adesso le avevano ricostruito una vagina meccanica.

Donatien rimaneva sempre perplesso, indeciso se aumentare lo scetticismo o confermare le complessità della vita.
Di solito tentava di tirare la treccia alla donna, che amava mettersi vestiti da zingara e mantenere
un'espressione da ragazzina troppo cresciuta, con le efelidi a punteggiarne la malizia.

Quell'anno, Donatien tentò di iscriversi al concorso magistrale. Mancava un documento, e ormai scadevano i termini entro i quali. Rinunciò.
Certo, sarebbe stato un bel salto. Dal mercato, ai bambini.
Be', aveva provato a fare l'assicuratore, ma chi le faceva le polizze vita?
Aveva provato a fare il postino, con la borsa mezza piena a fine turno.
Consegnatore di pacchi per i padroncini, dodici ore sui camion
Operaio aggiustatore, con i pezzi che non venivano mai in piano, denunciati dal Blu di Prussia.
Insomma, fare il maestro, inventare storie, magari avrebbe potuto.

Eh, era uscito o no, col massimo dei voti, primo di tutta la scuola?
Che orgoglio, per Donatien, quell'esame di maturità. Mi parli di Marx, mi parli di Gramsci,
mi dica cosa successe nel '19 in Italia. E Leopardi, cosa sa dirmi?
Il suo tema scritto ha avuto un buon risultato. E cosi, alla fine, in modo inaspettato e improvviso
Avevano dato 60/60 esimi, il massimo. L'unico voto alto, insieme ai suoi amici di un'altra classe,
Nicola e Saverio, due 59.
Donatien pensava però a quel suo compagno di classe, Galluccio, molto preparato, insofferente e
sarcastico. Il giorno prima dell'esame si era buttato dal balcone, forse troppo fumato per distinguere
tra cielo e terra.
Solo il campanile che si vedeva dalla soffitta in cui abitava scandiva le ore di quelle memorie.



Quattro

Dopo quella storia di 30 anni fa, non ho voluto più ne'convivere né risposarmi.
Sembrava una bella storia, quella volta, tutti dicevano che bella coppia che sono Donatien e Ginestra. Peccato che finì male, per me.
Ma non voglio pensarci, adesso.
E' dura ricominciare ogni volta da capo.
Entrare nella vita di una persona, per decifrarne carattere, abitudini e rituali e poi tentare l'accordo con le proprie modalità di vita, è spossante.
E ogni volta, si ha meno coraggio. Le distanze aumentano più facilmente.
Forse questa volta è diverso. Lo penso, lo spero, me lo auguro ardentemente.

E' iniziato tutto con una sua scrittura angosciata, di dolore, da parte di lei.
Una disperazione gridata scrivendo, in solitaria, nel cuore della notte, su una pagina dispersa
tra milioni.
E quella pagina, casualmente, l'ho letta io.
Parlava di un uomo importante, per lei. Un uomo molto creativo, ma emarginato, e in ultimo
in pieno delirio di persecuzione. Forse l'alcol, forse un cedimento nervoso, si era tolto la vita.
Era una nuvola di energia pura, quella scrittura, ora dolente ora diffidente.
Era cominciata cosi, lui, Donatien, aveva offerto una spalla su cui appoggiarsi.

Adesso, dopo tante lettere e nessuna telefonata, nessuna fotografia,
avevano deciso di incontrarsi.
" Sei sposata?"
" No, aveva risposto lei, ma sto con una persona molto cara e buona.
"E tu? Ti sei risposato? Hai figli? " Aveva chiesto lei.
" No, mi sono mai sentito di fidarmi di qualcuno al punto da rischiare il futuro e fare un figlio."
E adesso, in quella stazione, due persone con venti anni di differenza, stavano per incontrarsi.
























Cinque

Fantastica, Nives, mentre si immagina l'incontro.
Sarà basso, grasso e vecchio. Magari anche pelato, o barba e baffi e capelli bianchi, mio dio- lo prenderanno per mio nonno.
No, Donatien- lo senti già il nome che eventi contiene? Si, lui sarà gentile, e colto e mi chiederà
Volete suonare per me, prima di essere travolti dalla passione.
E mentre pensava così e diceva a se stessa una cosa e il contrario, si inchina a raccogliere un ragnetto e guardarne la perfezione, magnetica per lei.

Canzone delle colline

- Allora è deciso, al terzo verso della cornacchia
Dopo lo spaventapasseri,
alla porta del fienile, verso le colline.
Lì, dal pozzo, cominceremo a marciare.

- Chi, chi, tu ed io Donatien? non bastiamo
Lo sai, impazienti di soffocarci sono
I Guardiani del Grande Occhio.
Prudenza, guardati alle spalle, amor mio
Che non voglio perderti

No, è ora di iniziare la grande ritirata
In numero di tre, verso il mare, con i tamburini
a cadenzare, i pifferai silenziosi
Porteremo via i libri, i sogni e le grida
dei bambini.
Lasceremo le biciclette con le ruote
A girar nel vuoto, le canzoni sussurrate
E dell'arcobaleno rimarrà la speranza
della pioggia.


















Sei

Donatien scende sui binari: guarda a Nord, niente.
A sud, a destra, sinistra. Ma dove diavolo è, la stazione?
In una mano il sigaro, sul naso gli occhiali un po' cascanti.
Il cellulare, dov'è?
Mentre tutto è posato per terra, o in mano, o per aria sollevando lo sguardo…
Come quando dici, un momento. Solo un attimo e arrivo.
Ma, tuttavia, Ella, era già là.


Sorridente, come una luna sapiente sospesa nel suo quarto migliore.
In leggerezza, apparente.
Come un refolo di vento, per non farsi accorgere del fiato trattenuto
da tutte le cose che in quel momento transitavano ignare in quella zona d'ombra.
Lei disse, ciao sei arrivato.
Lui disse, sì, ma non trovo la stazione.
Lei disse, ma ti piacciono i quadri di Escher?

Lui disse, in questo cd, la cantante Ildegarda Von Bingen, è molto brava.
(Il sorriso di lei diventò come due braccia aperte a margherita.
Pensò ai suoi anni al Conservatorio, a quando suonava la chitarra fino a rompersi la spalla,
al violino, al flauto traverso, alla Ildegarda, mistica del 1100.)

Oddio, forse si stava mettendo con un analfabeta musicale.



























Sette


Come si chiamava quel posto della Valle d'Aosta, dove erano rimasti bloccati, tutto il paese sommerso dalla neve? E avevano telefonato a scuola, prima l'uno, Donatien, poi l'altra, Alfama?
L'amica di Alfama aveva una vecchia baita e li aveva invitati. Era bella, artigianale, povera, calda e con il camino e i letti a castello. In poco spazio, sembrava un fiore sotto la roccia.
Era stato gioioso, buttarsi a precipizio su una pista da neve- non conoscendo i rischi della velocità.
Brutto, invece, quando era stato male per una congestione da freddo.
Alfama, dura militante basca, non voleva mostrarsi remissiva, e non l'aveva nemmeno aiutato a rialzarsi. Ci aveva pensato qualche donna gentile del gruppo.
Quel periodo era stato duro per Donatien. Il 1977, con la crisi del politico, il personale veniva buttato in faccia nei gruppi di autocoscienza femminile.
E il narcisismo diventava una chiave per aprire tutte le porte.

Bolle, bolle di memoria che si formano, ingrandiscono e si tendono fino a scoppiare.
Tutti quei libri letti, eh Donatien, ti ricordi? Nato di donna, dalla parte delle bambine,
Scum- l'eliminazione del maschio..
E lei che diceva, sai per me le altre donne sono importanti, io sono omo-emozionale.
Che diavolo voleva dire, si capì poi dopo, quando decise di accettare la sua nuova vita
da omosessuale, con un'altra donna.





























Otto


Ecco, Donatien e Nives erano appena usciti insieme dalla Stazione, c'era un sole vaniglia, e non faceva freddo.
Donatien ricordava che la città fosse improvvisamente priva di clamori, come qualcuno stesse suonando un clarinetto. A Nives la città sembrava popolata improvvisamente da un solo abitante.
Lui disse, ci sediamo qui, che ne dici, all'aperto? E pensò, cosi ti potrò guardare
Lei disse, va bene, basta che non mi guardi, sono brutta, spettinata e ho le occhiaie.
E a queste parole, risero insieme, complici di un segreto.
Ridendo, videro la cameriera, lui disse- vuoi qualcosa da mangiare?
No, grazie, ho lo stomaco chiuso, magari bevo qualcosa.
Lui ordinò un'ombra di vino bianco, ma gli portarono una mezza boccia di cristallo.
lei prese dell'acqua naturale, e l'assaggiò in sette diversi modi, trovandola sempre diversa.
Ridendo, Donatien urtò il boccione che cadde in mille pezzi.
Lei sbatté tre volte le ciglia, seguì il volo di un rondinone e disse, magari glielo paghiamo.
La cameriera sorrise, con quello che costa la consumazione, il vetro è compreso.

Ah, Donatien cammina vicino e guarda il balcone di Giuletta.
Ah, ma è per i turisti, dice Nives, e il sorriso crea un nuovo ponte sul fiume.
































Nove

La cosa strana della vita, quella scatola nera che contiene i ricordi.
Quando sei giovane nemmeno sai di averla. Un ricordo, in quella gioventù, è solo qualcosa di già passato, concluso.
Quando invece la vita che è passata è maggiore di quella che avrai davanti, la scatola nera si apre.
Non sai bene come funziona, ma rivive un passato che ha radici fonde, in noi.

Come quella volta della soffitta.
Mi ricordo che avevamo dipinto l'angolo del camino- che era murato- con un giallo forte a smalto.
E la cappa di blu. E c'era quella brandina con la rete dura e ondeggiante, il campanile che scandiva
l'ora dei rientri e i tacchi di chi si allontanava dalle stanze vicine alle tre di notte.
Odore di cherosene della stufa, che si versava sempre. Dell'acqua fredda del gabinetto in corridoio.
Dei capelli sempre spettinati, i vestiti tolti in fretta per il troppo caldo o per la voglia urgente dell'adolescente: volpi nella tana delle galline, scappavamo nei boschi ciascuno con qualcosa di prezioso.
Non avevamo ore, cibo, lavoro. Eravamo il Tempo, la fame, il muoversi continuo del Presente.


































Dieci

Dove andiamo? dice Donatien
Per di qua, lungo il fiume, vuoi? risponde Nives.
Il fiume scorre, c'è un sole acceso, ci sarà gente che cammina.
Donatien pensa, sono già le tre, alle quattro ho il treno e devo sapere.
Si ferma vicino ad una panchina, forse chiede, forse c'è il sole in alto,
un cielo blu e dei capelli- vicini vicini.
Non capirà mai, perché, per una volta, quel lungo bacio rotondo, come una carrellata
di ripresa in cerchio, rimarrà nella sua memoria con quel viso in alto e contro il cielo.
Nives era sott'acqua, e ogni tanto emergeva con un sorriso, con il fiume negli occhi che mischiava
tutto.
Quel giorno, felici come due ragazzini, telefonarono a una comune amica, dicendole che erano tutti e due lì, e si erano conosciuti, e che capisse, dalle voci, il resto.
Donatien era bizzarro, in quel giorno insolito.

Per una persona a modo, e iper-controllato, non riuscire a staccarsi dalle morbidezze
nascoste dal cappotto, coi treni annunciati, e la folla tutta intorno, era, come dire,
molto- fuori del comune.

































Undici

La neve si preannuncia con un cielo tirato a grigio. Le automobili si sbrigano a raggiungere in fretta l'altrove che non ha importanza. C'è un tempo di attesa anche nelle persone, che si concentrano nelle più svariate attività, pur di non farsi cogliere impreparati.
Il tempo che Donatien passò in treno quella volta per andare a Roma, a una delle tante manifestazioni. Sembrava di cambiare pelle, ogni volta, diventare un eterno viaggiatore, instancabile nel portare le braci della rivoluzione.
Sarebbe bastato un colpo di vento, una coscienza di classe più diffusa.

- Di che settore sei, dell'Università?-
Una compagna, adulta rispetto ai venticinque anni di Donatien.
- Io sono delle fabbriche, anche se di giorno insegno-
Occhi ridenti, vestita come una signora che esce per far compere, forse quarant'anni.
Donatien ride, e si scalda al calore della scoperta di una comunanza di pensieri.
La donna indugia, fa domanda con apparente noncuranza, parla con un forte accento ciociaro.
Donatien non era di molta compagnia neanche allora, ma i modi della condivisione politica e la buona educazione imponevano che in quello scompartimento si sorridesse delle cose più stupide.

Lui, abitava solo, poteva stare fuori senza avvisare nessuno.
Lei, discretamente, gli chiese se voleva passare a bere qualcosa a casa sua.
Lui accettò.
Nel corso della sera, bevendo, scherzando su una donna che va alle porte della fabbrica per far politica con gli operai, lei, Antonella, raccontò un fatto che rimase impresso nella memoria.
- Una sera avevo invitato a cena un operaio della fabbrica. Mi ero accorta di piacergli e dopo il caffè
volli fargli una sorpresa, e andai un momento in camera da letto.
Ritornai in cucina da lui, completamente nuda. Ma lui era tradizionale, non capì questo mio gesto, gli venne quasi un infarto, e la sera finì male.
Erano le due, s'era fatto tardi, si sentiva chiara la voglia di finire a letto insieme.
Lei aveva questi occhi mielati, le spalle piccole i seni accoglienti, era più grande di Donatien, e gli chiedeva solo di mettersi con lei, non importa per quanto, altrimenti la sera sarebbe finita lì.
Parlarono, parlarono, parlarono.
Lui era molto cocciuto, non accettò di dichiararsi "insieme".
La notte ebbe una sua continuazione.















Dodici

Donatien che vive con Nives e Donatien che ripensa al prima di Nives.
Forse che ciò che ci succede ha giustificazione nel dopo? Forse doveva provare i diversi gradi di forgiatura del metallo, prima di poter resistere agli strappi che la vita ci preparava?
Difficile rispondere.
Più facile ricordarsi delle scoperte inaspettate, come una cosa possa contenere anche il suo contrario.
Quella volta aveva conosciuto Irma, molto gradevole come aspetto.
Una cura estetica dei particolari, dei colori, delle apparenze minimali e di buon gusto.
Donatien, che mangerebbe in una casupola di legno in montagna, col pavimento in terra battuta.
Che mangerebbe senza parlare, con un suo disegno silenzioso da inseguire.
Che incontra qualcuno che usa le parole per "descrivere" il mondo, come fosse un cieco che ha bisogno delle parole per toccare gli oggetti.
In più, Irma magnificava l'enfasi degli avvenimenti, molti, tanti.
Da contrapporre alle fatiche di Sisifo, da cui si sentiva oppressa.
Fissava un orizzonte vuoto, e poi vi saltava dentro.
L'ombra la conteneva, come la sua casa senza sole.
Doveva riempirsi di tante cose da fare, per sfuggire all'ombra, al rancore verso la madre, che l'aveva abbandonata da piccola.
Nella sua educazione sentimentale, Donatien aveva conosciuto solo colori primari.
Adesso erano le tinte neutre della depressione, un nero che tutto inghiotte e avvolge.
Si erano lasciati dopo cinque anni, nella stanza di un albergo del Portogallo, un convento del 1600 riattato.



























Tredici

Una cosa comune a molte donne, aveva osservato Donatien: nelle vicinanze di emozioni intense, si tagliavano i capelli. O cambiavano il taglio, l'acconciatura, con permanente o riccioli. Lisci.
Insomma, un barometro da tenere d'occhio, per capire il tempo che si approssimava.
Nives non sfuggiva a questa legge.
Anzi, diciamo che ella combatteva estenuanti battaglie con i propri capelli ora ricci, ora lisci.
Con ciuffo che si rifiutava d'assoggettarsi alle normali leggi della fisica Nivesiana (se un capello vuole stare come decide lui, allora è giusto tagliarlo, via, rauss- pedalare).
La pettinatrice costava, quindi massimo una- due volte all'anno .

Donatien sapeva ormai decantare a memoria il poema capellifero. Con le sue frasi, cicliche.
" Ecco, non me li ha fatti come volevo io, lo sapevo (troppo corti, troppo lunghi, troppo poco.)
" Adesso mi tocca rilavarli e stare un'ora a tirarli come voglio io".

A questa marea montante, inutile opporsi. Lo sapeva Donatien, che il rischio era di diventare
gli scogli presso cui Nives avrebbe sfogato tutte le sue insoddisfazioni.

Perché i capelli erano così importanti, per le donne?
Forse perché restavano, nel tempo, la parte del corpo che più dava il segnale dell'età.
( Ricordi la terribile immagine che ti raccontò Vera, su di sé?
Un giorno dei ragazzini la videro di spalle, e la scambiarono per una coetanea, dato il corpo minuto.
Quando si girò, con il viso molto segnato dagli anni, si spaventarono.)



























Quattordici

Il mondo è pieno di persone super attive.
Persone che dal mattino alla sera realizzano le attività più diverse, dal tempo di cura a sé e/o agli altri, al lavoro, alla casa, o ai figli.
Persone che usano andare avanti e indietro, comprare, entrare, uscire.
Che se hanno tempo libero, devono organizzare qualcosa, incontrare qualcuno.
Donatien, no.
Ama i tempi lunghi, pieni di pause.
Forse è un contemplativo?
A suo modo, per le cose che ama, lavora dal mattino alla sera, con l'unica sosta del dopo pranzo.
La sosta del pranzo, se possibile, è importante.
Come organizzare una trincea di resistenza.
Come raggiungere un'isoletta, dopo una traversata.
( la gestione del tempo altrui, spesso passava per pasti sbrigativi)
Donatien ama scegliere ingredienti con cura, cucinarli con la dovuta attenzione.
Alla fine, molte donne che aveva incontrato le riconosceva dalla gestione del tempo e del cibo.
" Vieni a comprare, Nives?"
" No, vai tu, per favore. Odio perdere tutto quel tempo, con la gente che aspetta".
" Cosa si mangia, oggi? Ti va un risottino, magari al radicchio, Nives ?"
" Va bè..ma lo faccio io, che lo so fare"
" Ah, una volta dicevi che li facevo bene, i risotti".
" Si certo, bene, ma solo qualcuno- forse uno." (aggiunse ridendo).





























Quindici

Donatien scrive.
Scrive poesie, ma non è un poeta.
Scrive racconti, ma non è uno scrittore.

Se dovessimo descrivere cosa fa, dovremmo usare una scena da un film.
Forse il film è Smoke, l'attore Harvey Keitel:
tutti i giorni, da vent'anni, usciva fuori dal suo negozio, piazzava la macchina fotografica col cavalletto, e fotografava.

Sempre la stessa visuale, sempre lo stesso luogo, sempre alla stessa ora.
Cosa cercava, nella sua ossessione? Ecco, sono più le domande, delle risposte.

Donatien odia descrivere. Non è nelle sue capacità.
La sua è una piccola, personalissima lente che impressiona
qualche sensazione nella camera oscura della pagina.

Donatien fa finta di rivivere ancora anni addietro, quando fumava il sigaro.
Era un ciuccio da neonato, era la bombola ad ossigeno cui attaccarsi per tutti i contrattempi.
Mangiava, beveva, pensava- ma a fondo l'aspettava questa amante di fumo, uscita da un locale
Jazz del Blue Note, con la voce ruggine di Billie Holiyday.





























Sedici Tra due poli


Quando si esce dalla forza di attrazione del polo che esprime la vita, in tutte le sue forme
e si entra nell'orbita di quella zona indicibile che è la morte?
E ancora: c'è una linea d'ombra, da superare? Un giorno, in cui ciò accade?
O piuttosto, che tutto questo, avvenga come la conquista di un territorio, a macchia di leopardo.
Come se le esperienze della vita ci portassero a delimitare zone di pericolo.
E, dopo, avessimo paura di entrarci.

Quante volte, Donatien, si era trovato ad affrontare discussioni, litigi, e cambi di casa e di vita
attaccato solo alla piccola barca delle parole.
Diceva Donatien " Bisogna studiare il rapporto di una donna con sua madre".
Tutta la società occidentale si basa su questo nodo, questo groviglio emozionale, e lo sottovaluta.
Al confronto, quello tra madre e figlio è meno carico di conseguenze, più decifrabile.
Ma una donna che litighi con sua madre, che la patisca anche quando lei è ormai vecchia, magari morta..ecco, Donatien aveva guardato ai terremoti che scaturivano tra due donne cosi, le loro richieste ricatti reciproci.
Perché una è modello inseguito e rifiutato, e la figlia spesso una speranza che ricalca i tuoi stessi errori.
" Io vado d'accordo solo con le donne che hanno un rapporto di stima con i padri.
Non quelle che lo pietiscono. No, chè quello è distruggerlo.
Ma le figlie che imparano la danza del coraggio e del confronto senza paura.
Ecco, e chissà perché, queste donne amano i cani, anche."
Le donne che avevano litigi feroci con le madri, amavano i gatti, e la loro natura anarchica
sulfurea, instabile- ricettacolo da streghe.

Diciassette

" Finirà che qualche donna ti bastona, eh Donatien.
Che ti interessa di andare a cercare tutti sti segreti del cuore delle donne".
Aveva parlato così, sorridendo Amalia, gli occhi strizzati a fissare l'altro.
( Dove diavolo aveva posato il fermacapelli?)
" Fammi accendere, va, che mi freghi sempre l'accendino. Tien tien"
" Ou, il mio nome si pronuncia intero Donatien".
" Non sarà certo il nome di tuo nonno, no?"
" Macché, sarà stato di qualche calciatore, boh, non l'ho mai saputo".
"Piuttosto, Amalia, fammi un favore: quando devi vedere questa tua amica, che sa sempre tutto, che ti guarda sempre negli occhi, che ti passa i libri, che bevete insieme e chiacchierate per ore.bè, avvertimi, che io giro alla larga. Tutte ste api regina, che ti obbligano a far loro la corte"
" Donatien, tien tien... -sempre il solito ingrugnato.gelosone. Ma non lo sai che il mondo delle donne è vario e molteplice? Sai bene che non mi fido di nessuna donna- che spesso ti colpiscono alle spalle.Non come voi, Donatien, che non riuscireste ad imbrogliare neanche una capra".

Amalia, un incontro importante, per Donatien.
Si erano incontrati in un momento particolare, di sospensione del tempo.




Diciotto

Era un periodo di lotte operaie, di fabbriche occupate. Donatien durante un'assemblea sindacale aveva raccolto dei fondi per sostenere la lotta della Grande Fabbrica. E questa donna minuta, con i capelli lunghi ambrati si era presentata con parecchi soldi di sottoscrizione.
Qualche tempo dopo, lei conobbe Ginestra, la moglie di Donatien, e ne divenne amica.
Ricorda che avevano discusso sull'invitarla nella casa in montagna. Ginestra disse che l'aveva fatto per conoscerla meglio, per aiutarla in un momento difficile.
Donatien protestò un po', in fondo potevano pure starsene un po' da soli, senza portarsi la corte appresso. Naturalmente, quella donna, Amalia, venne.
Si portò un cane nero, di media taglia, una specie di lupo scalmanato che entrando urtava con irruenza contro tutte le porte, con una lingua rosso fuoco sempre penzoloni e due occhi da paura.
La donna, cercava di minimizzare, e si scusava per il disturbo. Il cane era di suo marito.
Un cane violento, ingombrante, inadatto- barbuto come il marito.
Questo cane aveva una notevole forza e irrequietezza: spesso la donna doveva urlare e arrabbiarsi per fermarlo. Lei che parlava sempre sottovoce, con gli occhi gentili- curiosi e malinconici.
Donatien vedeva queste due donne parlare fitto tra loro e sdraiarsi al sole al mattino.
Capiva che c'era qualcosa di non detto, di incombente. Ma cosa?
Il cane, neanche a dirsi, era stato chiamato dal suo amato padrone: Rambo.
Ne pativa l'assenza e lo cercava ovunque.
Anche Amalia, evocava di continuo il marito senza mai nominarlo- ma con una faccia di sofferenza
per un motivo molto personale, segreto- intimo: aspettava da lui un figlio che non voleva.





























Diciannove

Un muretto basso , vicino alla porta.
Il cancello che cigola, la cassetta della posta non si chiude.
Il campanello ha un suono sordo. L'ombra dell'albero è un'onda, leggera.
Busso. Busso forte.
" Chi cerca? Cosa vuole?" Una voce dura, diffidente, accento meridionale.
" Mi scusi, non voglio disturbare. Cercavo Alvise, sono un suo amico."
Nessun rumore, da dietro la porta. Insisto, sono venuto apposta qui, da 50 chilometri.
" Al telefono non risponde, mi dice dove posso trovarlo? "
" Da sua sorella. Alvise sta là. Nella casa rosa in fondo al paese, vada là.
Lo trova, se deve parlare con lui. Lo trova. Lo cerca. Da sua sorella, ha capito?Mi sono spiegato?"
E adesso basta, non ho tempo da perdere ".
Mi sposto, saluto senza averlo visto in faccia. Sento un cane che trascina una catena.
Mi abbaia contro, al di là del cancello. Vado, vado.
Mi spaventa questo ringhio freddo e cattivo.

Penso al carattere tranquillo di Alvise, al suo parlar sottovoce, sempre.
Quella timidezza che te lo rende prezioso, per i suoi modi di riguardo.Anche con i suoi
cinquantanni sembra sempre un passante casuale, cauto, che non crea disagio.
Quello di prima, invece doveva essere il padre.
Il mitico padre calabrese, passato dal Piemonte e finito a fare il guardiano d'albergo a Little Italy, New York
Ti ricordi? Ti ricordi; Alvise, quando dopo vent'anni lo andasti a trovare?
" Con tutte le persone che ho incontrato in quel quartiere, non sono mai riuscito a parlare inglese.
Sapevano tutti un misto di tanto dialetto mischiato a suoni dello slang americano"
Ci avevi fatto ridere quando avevi detto che tuo padre pensava per te a un futuro da Dottore.
Ma intanto ti proponeva di fare il ragazzo di ascensore.
Intanto, l'estate dopo era venuto per un anno a farti fare insieme a lui e ai fratelli questa casa nella provincia della grande città.
Cosa avevi, allora, Alvise, vent'anni come tutti noi?
Tu che mangiavi pane e filosofia per distrarti, prima di dormire?
Il bocia, ti chiamavamo io e Baffetto.
Adesso, che non ti vedo da molti anni, sono preoccupato da quello che mi ha detto lui, Lido- il baffetto di quel tempo - con la sua voce rugginosa, i modi imperiosi come sempre.
" Vai, vai a trovarlo, è in crisi. Ma crisi secca, eh, da andarci fuori di testa, di brutto".
Mi urtano, come sempre, i modi ruvidi e paternalistici di Lido, ma so che quando chiama, è urgente.
Siamo già alla canna del gas.
La nostra, è una confraternita di amici con le maglie molto larghe, ma non si perde di vista.

Ho paura di sbagliare strada. Chiedo a un ragazzo, mi fa un cenno, poi tira un pallone sgonfio,
fa saltare dei barattoli, ha buona mira.
Ecco, la casa rosa, c'è una donna alla finestra, per fortuna. Posso chiedere a lei.
Poi vedo Alvise sul balcone, Mi vede. Solleva un braccio, per salutarmi.
Lo tiene a lungo, come fosse rallentato. Scende per strada, mi apre.
Lo abbraccio, diventa rosso.
Ha i capelli sempre più grigi e negli occhi slavati vedo un guizzo.
Mi dice, dai vieni al bar, che parliamo.



Venti Il pasticciere

Le rughe attorno agli occhi di Alvise, lo vidi subito, si erano moltiplicate.
Come una ragnatela mobile, tenevano ora prigionieri due occhi dolenti.
Mi abbraccia, mi sposta, mi indica una sedia. Sediamo di fronte nel bar.
" Cosa prendi, mi dice, sempre un quartino di Tocaj?"
Quando eravamo studenti, dopo le manifestazioni, in piola, attorno a un quartino di
vino e peperoni, acciughe e uova sode passavamo le ore verso sera.
" E' tanto che non ci vediamo, eh Alvise, saranno 10 anni, da quando festeggiammo i quarant'anni, ti ricordi? Adesso, come te la passi, mi diceva baffetto che c'è qualche problema"
Si guarda intorno. Le guance si riempiono di capillari rossi, come fosse un bevitore cronico.
Poi mi parla, sottovoce. Guardando altrove.
" Da quando è morta mia madre in casa abbiamo perso un centro. Ci univa e ciascuno recitava
La sua parte in commedia. Adesso non abbiamo più niente da rappresentarci.
Le mie sorelle ogni tanto vengono, mi prendono la roba da lavare. Ci portano paste al forno cucinate. Ma poi, hanno la loro famiglia "
" E i tuoi libri di filosofia? Li usi sempre per addormentarti ?"
" Il problema è che adesso non riesco più a dormire. C'è una fabbrica, qui vicino.
Una fabbrica di dolci. Il motore del forno elettrico funziona giorno e notte.
Ho fatto denuncia, ma intanto mi stanno saltando i nervi."
" Ma hai provato a convicencerli che vicino alle abitazioni non possono farlo?"
" Ma dai, per poco mi prendeva a fucilate, lascia perdere"."
" Senti, se continui cosi, ti viene un esaurimento, Alvise".
Mi riaccompagnò alla stazione, aveva da fare molte cose, dovevamo organizzare una cena.
In treno, ripensando a tutti questi anni, nessuno di noi l'aveva visto fare due cose: venire in città con la macchina. Stare, per più di una settimana, con una donna.
" Solo io e i libri, diceva. Le donne pretendono, ti creano guai, e io non so cavarmela" .























Ventuno

Donatien: ogni tanto si chiedeva lo scopo di tutto quel darsi da fare, per vivere.
Figli ? Non ne aveva. Soldi? Niente, il minimo per sopravvivere.
Le armi, gli amori, le imprese? Mah.
Piuttosto: compilare il proprio Portolano.
Massì, come i primi viaggi di scoperta, del 1500, che non esistevano mappe e i navigatori avevano
come cose tra le più preziose la compilazione della carta di navigazione, un diario con i fondali incontrati.
Ecco, questo aveva chiaro. Solo lui poteva compilare il Portolano dei suoi viaggi di scoperta.

Durante il giorno, Ginestra- la moglie di Donatien- e la sua amica Amalia avevano scherzato, mangiato, bevuto. E nel dopo cena, nello spazio trattenuto e impalpabile della casa di montagna, i giochi- protetti dalla regola- si fecero audaci.
Nascondere un cerino addosso e a turno l'altro doveva cercarlo in un tempo dato.
Finì come doveva finire, in tre a dormire nella notte, nel lettone. L'uomo in mezzo.
Quello che non era previsto, dopo il sesso, era che Amalia cercasse le coccole e insieme a Donatien
si innamorassero di un amore segreto, vissuto da fermi, attenti alle minime mosse, per non svegliare
nelle notti seguenti, Ginestra che dormiva nello stesso letto, ignara delle porte che aveva aperto.






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