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Racconti
Palmira Bunet
Uno
Avrei dovuto prendere le muffole, con tutta sta neve *Ca cul lì a là campà giù.
Proprio quest’oggi, giorno di Natale, dovevano darmi questo importantissimo messaggio.
Con tutta sta fioca, ci metterò il doppio a salire all’alpeggio.
Quando ci penso, che io, Palmira Bunet sono finita dietro a far la staffetta partigiana.
Sti maledetti Todesc, che caspita ci fanno in queste valli, dove c’è solo farina di castagne e qualche uova nelle feste comandate.
Ah, ma io ce l’ho detto chiaro al prevosto: Se c’è un Dio, dovrà punirli, punirli tutti.
Hanno ucciso donne e bambini, nell’alpeggio.
Solo perché sono stati trovati due Sten e un inglese ferito. Potevamo mica mandarlo in giro che sanguinava.
Ma tu, crucco maledetto, prenditela con le brigate, non con la gente semplice.
Alla Mariella ci hanno ucciso la nipote. Giovane, dolce con dentro un figlio ormai dietro a nascere.
Come si può, giovani, essere cosi. Io credo che ci facciano il lavaggio del cervello.
Arrampicandosi come poteva, la donna con due racchettone fatte in casa, arrivò al casale. Non vide fumo, pensò alle norme di vigilanza.
Guardò dai vetri.
Tutto distrutto, bruciato di fresco.
Si guardarono intorno, sgomenta, troppe tracce nella neve, e sangue.
Pensò di aprire il biglietto, abbandonato il segreto.
Lesse, con le lacrime agli occhi
“Al gruppo Pinin Cichero, Brigata Garibaldi
disimpegnarsi prontamente, si segnala attività nemica di rastrellamento
Siete in grave pericolo. Buon Natale”
Il comandante Lupo
A Palmira ci andarono indietro gli occhi
diventarono pesanti nel grigio del cielo.
Ci fosse stato un merlo, quella volta, per raccontarlo.
Due
Palmira Bunet, nonostante il suo cognome ricordasse un dolce piemontese, sentì la bocca riempirsi di un sapore agro, amaro: saranno stati uccisi tutti i giovani di quella squadra? Sarà stata colpa sua, del suo ritardo?
Ma con quella neve, inutile sperare di muoversi più in fretta.
Riprese la sua gerla di fascine di legna, magra copertura, e si diresse verso il fondo valle, con la testa piena di dubbi, paure, rimorsi.
Già 150 incendi di borgate, qui a Boves, di quest’esercito in ritirata.
La nostra gente che non ci abbandona. I loro figli, mariti, nipoti sono saliti in montagna con noi.
Stava immersa nei suoi pensieri, e per questo non si accorse.
Il freddo di un fucile mitragliatore puntato nella sua direzione le prosciugò il sangue.
Non una parola, solo gesti affrettati e paura nella faccia del soldato tedesco.
Uno, e gli altri? Era in avanguardia o disperso?
Palmira si domandò rapida cosa le rimanesse da vivere, pallida come un morto.
In quel momento il soldato, con una brutta ferita alla gamba, si afflosciò davanti a lei, privo di sensi.
Il primo impulso fu di fuggire. Poi prese una cinghia e cercò di fermare l’emorragia.
Una lepre magra scappò nella neve, facendola sussultare.
Adesso doveva decidere, se lasciarlo morire, e vendicare i suoi morti.
O cercare di guarirlo, forse.
Tre.
Palmera si sentiva in trappola. Doveva spostarsi.
Sapere chi era scampato al rastrellamento.
Raggiungere qualche sopravvissuto, riprendere i contatti.
Ma prima: decidere cosa fare del soldato tedesco.
Malnato, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Se non lo portava dal medico al fondo valle, non sarebbe sopravvissuto.
Doveva provare, almeno, a trovare qualcuno per trasportarlo
Dopo si poteva interrogare Poteva rivelare notizie preziose.
In quel momento le venne in mente che era l’ultimo dell’anno.
La neve accennava a riprendere.
Trascinò dentro il ferito che si lamentava con la febbre alta.
“Palmira, dai, dobbiamo scendere, o non passerà la notte” - si disse.
Mise alcuni tronchi nel camino. Pensò a sua madre, anche se non era il momento.
A come aveva tirato su lei e i suoi fratelli.
Pierino e Giorgio, uccisi dai fascisti in un’imboscata.
Li avevano accusati di essere partigiani
per sottrar loro tutto il bestiame. Si erano ribellati.
Palmira toccò gli orecchini che teneva nella borsa, unico lascito di sua madre.
Non si era fatta i buchi per le orecchie, non avrebbe potuto metterli.
ma li sfregava per darsi coraggio.
Iniziò la discesa col fiato umido sotto il cappotto indurito dal freddo.
Un passo via l’altro, le case del fondo valle più grandi, più vicine.
Erano le due, quando incontrò Bourdel, così lo chiamavano per via dei casini che combinava.
Palmira gli chiuse la strada."Aiutami." disse.
Bourdel era robusto.
Forse, dopo questa impresa, poteva entrare nella squadra partigiana.
Lo convinse. Insieme tornarono alla cima.
Palmira con un pezzo di formaggio. Bourdel che si faceva durare una castagna secca sotto i denti.
Gli scarponi duri, serviti per le pedate alle vacche fiacche, ora lo tiravano veloce.
Ma era sempre la puzza di latte a precederlo. Anche adesso che l'anno finiva.
Arrivarono alla baita col fiato corto. Dentro non c’era più nessuno.
Gocce di sangue nella neve sporca, pestata, trascinata. Una scia verso il canalone della valle.
Il tedesco aveva tentato la fuga, ma forse aveva perso i sensi ed era precipitato nel fondovalle.
Saliva una aria bianca, spessa, che rendeva umida e pesante ogni cosa.
Si annunciava un anno pieno di paura, di cambiamenti.
Sarebbero riusciti, loro, a liberare le valli di Cuneo? La Libera repubblica di Alba, di Boves quella libertà tra liberi e uguali?
Polenta e castagne, giustizia e libertà. Parole che tutti avrebbero capito.
Solo che fossero stati di nuovo liberi di decidere del proprio destino.
E a dividere il grano dal loglio sarebbe stato il Partito, quello che aveva resistito a tutti gli attacchi, con i capi nascosti o morti in prigione o al confino.
Il partito per lei erano gli occhi del partigiano Pinin, che ridevano e ballavano per lei nel ballo al palchetto. Pinin, che l’aveva presa nel fienile, al tempo della mietitura. Ma solo perché lei aveva voluto, perché cosi doveva essere. Non solo un tempo diverso, ma tra compagni storie migliori, tra liberi e uguali. Anche in casa, doveva venire il baffone, non solo nei campi.
Con il nuovo anno, si diceva Palmira, col “rosso un fiore in petto c’è fiorito…”.
La Primavera del ’45, l’anno che la neve avrebbe ricoperto tutti i tedeschi.se.
solo poteva raggiungere la brigata, e Pinin e entrare a Boves liberata.
Quattro.
Palmira guardò il ragazzo, disse “ Ormai è meglio che passiamo la sera qui”.
A scendere col buio e col ghiaccio, non è bello.
Ti va bene se mangiamo un brodo con due patate, almeno ci scaldiamo ?”.
Bourdel fece si con la testa, tirò un po’ su col naso e cercò di fare due sedili.
vicino al camino con qualche asse rotto avanzato della baita”.
Il ragazzo, appena quattordicenne, stava quasi sempre insieme alle mucche negli alpeggi.
Quelle poche sfuggite alle uccisioni, alle razzie.
Era cresciuto col mito di quegli uomini di poche parole, i partigiani.
Vestiti male, con poco mangiare, che rispettavano i contadini e la montagna.
“ Te, da quanto sei con quelli della montagna? ”
“ Eh, quando lotti con qualcosa che può portarti via tutto, il tempo non passa mai.
O è sempre troppo corto. E poi, mica si sceglie se vivere cosi. Se poi uno muore.”
“Ou, Palmira, io li ho visti i morti duri e blu per il gelo. Non son una bella cosa, da guardare. E chi li aspetta in casa, il dolore, neh. Ma io vorrei avere un fucile per mazeli tuti, sti germani.”.
Cinque
Palmira scendeva lenta, guardando che non ci fossero buche sotto la neve.
Il ragazzo la precedeva, fermandosi dietro agli alberi del sentiero
per vedere se c’erano segni strani di passaggio dei tedeschi o dei fascisti.
Arrivarono al pilone di San Sebastiano, dove erano stati trucidati molti civili
per rappresaglia.
Si vedevano ancora dei fiori di campo messi su a ricordo di qualche mano pietosa. Ma c’era un silenzio insolito, teso.
Palmira guardò in cielo e si buttò addosso al ragazzo per nascondersi nel fosso.
Un aereo tedesco stava mitragliando alle cime del campanile e verso qualsiasi cosa si muovesse.
Videro il fumo venire su dal ponte di ferro di Borgo San Dalmazzo e capirono che era stato bombardato. I tedeschi cercavano di interrompere le comunicazioni ferroviarie.
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