Menu principale:
Doriana
Tamar scarica il pdf
Doriana Brombal
L'acqua salì al balcone di Tamar, madre del cocco.
Donna che sa riporre sorrisi nel verso felpato degli occhi, Tamar.
Avendo scorto gli orli sbreccati di Betel, a nord, si levarono i pastori per primi.
Come ala d'assiolo dispiegata, dalle tende di pece e sabbia:
"Fuggite" gridò l'ocra lanugine del deserto.
E piedi, belati, pelo, zoccoli, artigli sollevarono i monti.
Schegge gridate in schianto strapparono i loro fianchi.
Ma lei - tu mi piegavi un geranio ad abbellirmi i teneri lobi nel sole.
Mia madre coltivava figli di ramo nell'orto.
Ne mangiavo i semi di mela, credendo crescessero foglie ai polmoni.
"Presto cesserà la pioggia" fu il sussurro - nonostante incidessi, io muta
- unghia ulula upupa - sul dorso del libro rabbia
e le chiedessi come cresce un sospiro - nell'iride brumosa della terra.
Avrebbero cessato, invece, di piegarsi le spalle, e d'inchinarsi il figlio:
le coste rilasciarono il mare dall'annosa presa del riguardo.
Il rabbino Haddas forse invocò il suo cielo - ebbro di terrore l'indice puntato a sud.
Accennò l'inizio di un salmo, e breve fu - di roco filo - la voce del sapiente.
Allora scavasti un buco nella terra: piantavi l'albero di maiolica sempreverde,
fatto da palmo, con fronde delle ore. Gesti gemmati d'ortensia e tempia calda.
Così impugnò la sua spada Ida, o almeno tentò - vendetta ferrosa sui denti.
Ramata nell'imbracatura d'azione - Represse nel piombo il timore.
"Almeno prova, sarà piana la pazienza, anche se lenta a venire" dicesti
mentre mi accarezzavi il viso, con dita di caldo humus e ragno fiato.
Ma preferivo star lì a guardarti, incerta nel lucido incanto - riconoscere o ribellarmi
Ma preferiva attaccare l'Uomo Ida, che non credeva a rifugio - da lingua
Cercava di raccattare i ceci - l'arma nel fodero dell'antica gloria.
E probabilmente era ancora Ida a lamentarsi: grufolava nella provvista
- un braccio a rastrello, e l'altro, in alto, a minaccia gramigna.
Eppure, solo al silenzio del raglio, si svegliò il sorridente, Yts'ak,
l'uomo che sognava nel manto di capra, fra due capezzoli di piacere bianco.
Quando fu scorticata l'edera dai muri, sollevò la seppia palpebra.
Cinque pulcini a stelo erano sgusciati nel trigono della notte,
e cinque dita si ritrovò a contare sulla sua mano.
Nastro di seta gli aveva tessuto Tamar, rossa, di duna, d'amore,
e di nastro rosso cinse la tela del suo viaggio Yts'ak
dopo aver raccolto i capelli e guardato a oriente.
Non una piuma di soffione avrebbe imbrattato la promessa
anche se il vento sferza e disfa, sposta, ridisegna un confine e gli orti.
Nonostante mi attaccassi alla radice, madre.
Già Noè traghettava i barriti nel sibilo agrodolce d'anfibio.
Pacificata l'ansia rapina di lince col quieto arreso pianto,
mesceva i nidi coi topi, le pelli agli artigli, le pinne coi denti.
Furono intrecciate le corna d'alce alla coda dei tassi
- ramificate storie e racconti di un'alba farfalla.
Sospingevano dunque quei suoni l'arca, fin sulla luna di noce smalto lontana.
Disancorati gli astronomi, l'impeto esploratore, il magico alchimista.
Tutti ricorderanno quel nome - tre lettere, inizio.
Miniature sarebbero fiorite d'arte e fortuna - o stasi.
Nessuno però avrebbe mai letto d'Yts'ak
Arrampicato al tetto del mare, appeso alla treccia di Tamar.
Né di te sapranno, che sai ascoltare il bocciolo fremito che spinge
dopo che hai guardato in basso, per giorni e giorni e vita, aspettando.
Intimai di alzarsi al filamento spugnoso del cocomero: " Cresci, cresci!"
E " Vola, vola!" tubava Tamar, fenice di mirra, all'asino santo.
Più l'insulto offendeva l'incespicare della bestia - crudeltà fiera di tradizione
"Quel pazzo d'Yts'ak!" rantolava il rabbino buio di pudore -
più vogava Tamar, nel cerchio ventre odoroso d'alga e dattero di dono.
Si spense la cetra cristallina sul taglio inferto al continente.
Era il diciassettesimo giorno del secondo mese dell'anno.
Ancora centocinquanta ne mancavano e sarebbe germogliato.
L'olio di mandorla burrata ne avrebbe alleviato la doglia.
Certo Yts'ak sarebbe rimasto con lei, o andato chissà dove,
affinché il suo polso non tremasse su fredda vena vetro pulsante.
Tuttavia, solo la pietra- seppur sepolta - capiva:
nulla avrebbe fermato Yts'ak col suo cappello di feltro tabacco.
Nella avrebbe zittito Tamar di balsamo cosparsa nei fianchi.
Così, dal fondo, tutte le creste spingevano, in su.
Riassestarono i margini, catene stridettero - durezza del condannato, e forza.
Appresero gli scorfani del volto d'Yts'ak e della gioia dai suoi talloni nuovi di pesce.
Dagli occhi di un uomo solo scoprirono l'invisibile tramonto i fondali.
Lasciateli parlare dunque i torbidi pensieri dell'ira - lasciate che veglino altrove le colpe
magari sulla tronfia imbarcazione a tre piani - sulla maiuscola di giustizia -
quella che stabilirono i morti, avari d'affetto, di falangi sprovviste.
Lasciate che dimentichino i soli mostosi d'azzurro coloro che annotarono i crediti
- che vissero per recuperare il mai stato.
Ma Yts'ak non poteva.
Sapendo, seguiva Tamar, la donna, la sua,
nel possessivo libero in amore - in dativa tensione leggera.
"Vola Yts'ak, vola!"
Le nuvole tracciarono per lui il disegno - mostrandogli generose, chiare mappe
dopo che furono cucite - filo del miraggio e ago di bussola preciso
ingrassandole in agilità - elefanti, larghe, grandi e ombrelli
a ripararlo da incertezza o fremiti d'orecchio - per tutta la ruota del suo tempo.
Non una goccia annacquò l'iride prugnata e insonne.
Gli scogli non punsero le sue caviglie quando s'inerpicò ai marosi
perché gentile era quel nuoto, benché deciso, benché nella tempesta,
benché aggrappato al crine d'asino testardo.
Lui che non s'arrese ai simboli dell'uomo, né lesse gli alfabeti oscuri,
percosse le foglie di papiro con virate fresche di struzzo.
Respirava con quanto gli rimaneva nell'acqua: bagliori di voce lontana.
Cunicoli nascosti predisposero i coralli al suo passaggio
fin sotto l'arca schermata che attraccò salvezze universali, fuorché la sua.
Distinsero un flutto soffuso, spilla di riso saldata alla corrente?
O forse non sentirono affatto il canto nel petto che cercava Tamar?
Della musica Yts'ak aveva serbato il riverbero del libeccio,
flebile imbuto di ricordi - giochi sui pascoli abbracciati a Hebron.
Qualcuno - maschio, femmina, angelo o scampato - s'accorse?
Chi testimonierà fuori dal testo, se non protetto?
Un altro Haddas nel tempio scuote i marmi con altri Yts'ak.
Cita Tamar infrante e incesti del corpo il suo verbo stanco.
Rinnegò mattini di elianto il dotto che spense l'ardore del sogno.
Un'altra Ida nel lutto di formica ferita indicherà Ramat, rivalse e diritti.
Cita la mascella di un asino l'assassino che conta i morti come i ceci.
Abbelliremo i nostri balconi con petali più comuni.
Ascoltate come la paura trasformi l'amore in accanimento
- Come si spenga la notte nel baratto di un valore
E come l'ignoranza releghi il senza nome a una teoria.
"Guarda l'arcobaleno sulle ortiche nell'orto".
Pettinano con margherite i ricci arruffati delle bambine.
E sono mughetti sul lenzuolo che la madre cuce alla sposa.
Lacrime di giglio nel feretro della figlia perduta.
Anche se non ha testimone l'amore, la fiducia, la speranza di uno solo.
Anche quando nessuno osserva, o sente, o tocca.
Ho sette orecchie e sette pelli, una per ogni riga non detta.
Una per ogni memoria smarrita - oltre le rimostranze di Ida e Haddas.
Rimase Yts'ak dopo che ti ebbi rapita - stavi piegata sulle ginocchia - .
Profuma di verde la ruga sul palmo di mia madre vecchia
- di futuro latte la scorza del nespolo sulla scarpata che curi.
Guarda quel pazzo di Yts'ak che abbraccia l'arcobaleno nel mantice di Tamar.