Lino Di Gianni


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Carlin

Racconti

Il murales

Era notte, la piazza vuota, luci stentate e ombre dove passava qualche coppietta stretta, a lei ballava il tacco, a lui si stancava il braccio.
Era per questa notte.
Già l’immaginava, la sorpresa, di tutte le donnette del paese, davanti al muro della chiesa, l’indomani mattina.
Controllò nella scatola gli attrezzi del mestiere, ben legati e messi in basso nel portapacchi della vecchia bicicletta.

Le tre. L’ora stabilita. Carlin parcheggiò lontano dal muro, poi come se dovesse temperare i baffi alle mosche, uscì dalla luce sgasata dei lampioni, appoggiò la scala nella facciata della chiesa e iniziò, preciso e bene, senza fretta, come per arrampicare un terzo grado. Primo venne il profilo dell’aereo americano che bombarda, poi la scritta insanguinata Vietnam Libero, e poi il profilo di Ho-Chi-min e per ultimo l’inferno in terra, col prete del paese che bruciava tra le fiamme. “Le donne, che ridere, lo scandalo, domani.”
“Vai Carlin, dai il segnale, quest’anno qui, il 1969 lo dobbiamo fare col passo dell’orso” si diceva in testa. E via con la bici, come neanche il partigiano Dante Di Nanni inseguito dai fascisti.

L’unica volta che Carlin aveva trovato una donna che ci piaceva, operaia al Cotonificio, ne aveva ricevuto un rifiuto. “Te sei troppo misero, caro il mio rivolussionario. No ghè storia, tra noi. Mi me cerco uno con gli sghei.” Carlin aveva riso amaro, con le spalle al muro e buttando i suoi occhi blu da folle in faccia le aveva sorriso col fiato corto “L’è bel cusì? Cusì l’è bel.”

Un giorno Carlin si era ritrovato a pensare seduto sul cesso della sua casa, pensiero che non usciva mai dalla gabbia, uccello in cattività: “Dov’è, dov’è che partirà… la cosiddetta scinti-lla della Rivoluzione?” - e gli brillavano di più i denti, ogni volta che la lingua sci-volava, sulla parola scin-tilla (ostia, anche tar-tagliare, ci veniva ora) E poi, si era risposto, improvvisamente schiarito come il salone del matrimonio: “Ma sì, la rivolussione partirà da Mi-ra-fio-ri. La più grande fabbrica del proletariato, 50.000 operai che son dietro a costruirci la ricchezza all’Agnelli”.

Si licenziò dal cotonificio, e si fece assumere: elettricista manutentore, Settore Meccaniche, turno normale, dalle 8 alle 16.
Anche qui, è da non credere, dentro la fabbrica, dico, aveva il permesso di muoversi in bicicletta. Dovevano presentarsi in due, sempre disponibili, lui era il bocia, anche se a trent’anni passati. Il principale era un bravo cristo prossimo alla pensione, semicieco da un occhio e zoppicante per il diabete. “Deh, Napuli, mi hai portato il salame?” Il principale era meridionale, e gli piaceva sfottere Carlin, suo sottoposto. In pratica, tutto il lavoro doveva farlo l’operaio manu-tentore Carlin Dregotti, praticamente elettricista.
C’era una famiglia, una donna e due figli. Lei picchiata e abbandonata dal marito, due figli piccoli. Faceva i lavori nelle case, ma pochi avevano i soldi da pagarsi una donna delle pulizie.
Allora Carlin, in attesa della rivoluzione generale, dava metà del suo stipendio a quella donna, un po’ comprando il mangiare, un po’ con le bollette.
Perché l’idea, l’idea della liberazione del proletariato, forse avrebbe tardato un po’, a vedere i casini di quegli anni. Allora, giuda fauss, bisognava sbrigarsi, neh. Come i pezzi alla catena, mica ne puoi saltare uno sì e uno no.

Non c’erano storie, con quella signora. Gli occhi di Carlin a volte erano lago di montagna, dei giri in bici nelle dolomiti, senza gomma di ricambio, col mito dei grandi scalatori del ciclismo, Girardengo e Coppi. Sì, anche quel brasiliano del calcio, era unico, come si chiamava? Manoel Francisco dos Santos meglio noto come Garrincha, con le gambe storte come le sue, ma che scartava gli avversari come un dio.

“Calma e gesso”, Carlin, si diceva mentre con un tubo al neon tra i denti faceva scappare gli impiegati dalle palazzine Fiat, durante uno sciopero. Pensavano avesse un candelotto di dinamite, o fosse pericoloso, con gli occhi così da folle.
In quegli anni, gli studenti andavano ai cancelli delle fabbriche a volantinare, a discutere e a reclutare operai per i gruppi che formeranno poi la sinistra rivo-luzionaria o i gruppetti extraparlamentari, come diceva il Partito Comunista Italiano.
Carlin usciva dal settore Presse, porta 15. Un giorno si trovò un ragazzetto con il giubbotto verde da operaio, con un motorino, che se ne stava in silenzio.
- Ehi, sei te l’esterno che mandano quelli di Avanguardia Operaia?
- Sì, ciao, scusa, sono un po’ fuso, faccio il supplente...
- Eh, lo dici a me che sto nelle fonderie, piuttosto... se non parli con gli operai che escono, non serve che stai qui. Devi attaccare il giornale, provocare la discussione, essere “un agitatore delle masse”.
Il ragazzo se ne andò depresso, era riuscito solo a dire di essere anche lui un figlio di proletari.

Peppino, quel ragazzo ventenne, aveva partecipato alle lotte studentesche, poi a quelle all’Università. Adesso, era finito in uno strano pianeta dove per la prima volta aveva conosciuto qualcosa di diverso: le classi.
Sì, perché dentro i gruppi c’erano molti figli di papà che il sabato andavano a sciare nella casa al Sestriere o a Courmayeur, quelli che Peppino e i suoi amici chiamavano “i cremini”, i fighetti.
Poi in fabbrica, non c’erano più le persone che si facevano il culo, sporche, scocciate e molto spesso senza mezze misure.
No, adesso c’era LA CLASSE OPERAIA, quasi un’entità mistica hegeliana.

Carlin usava molta parte delle scarse entrate da operaio metalmeccanico per i suoi interessi artistici. Libri di grafica, pittura, sculture moderne. Artisti come Otto Dix, Schiele, Picasso, Leger.
E per quella che lui chiamava comunicazione operaia: filmini in superotto e foto che documentassero le lotte operaie.
Carlin diceva sempre che la sua Università era stata Mirafiori. Della comunica-zione operaia, dal basso, ci dava come esempio le scritte nei cessi della Fiat.
Ce n’era uno che lo sfidava cancellando le sue scritte e sostituendole con altre di tipo fascista. Allora Carlin si inventò di incidere le scritte con una punta di Vidiam, in modo che, se cancellate, la traccia del pennarello, riempiendo le incisioni, le avrebbe fatte - magicamente - riapparire sul muro. Ghignava a pensarsi la faccia che avrebbe fatto il fascio, per la sorpresa.

Arte povera

Nei momenti in cui il lavoro non lo lasciava prosciugato, e nei fine settimana, Carlin studiava il materiale con cui esprimere la sua arte di scultore. Aveva seguito attentamente un artista fondatore del movimento dell’arte povera, aveva cercato di capire come usare quel nuovo materiale leggero, economico e adattabile che era la gommapiuma.
Il problema era trovare la formula della mescola di vernici e stucco per rendere la superficie liscia come la pelle umana, e con le stesse sfumature.
E poi le dimensioni. Aveva realizzato un faccione gigante di Agnelli, che si portava impalato e con due braccia movibili attraverso pertiche. Il debutto era avvenuto dentro i cortei operai di Mirafiori.
(Quando il sindacalista della Uil, Giorgio Benvenuto, aveva detto “O la Fiat molla, o molla la Fiat” si vide poi come andò a finire con migliaia di licen-ziamenti.)

Il carillon

La musica del vecchio juke-box si sentiva a tratti quel giorno, nel bar sotto casa. Ancora non avevano recintato il pensionato israelitico, in via Galliari, nel quartiere di san Salvario. Gli anni a seguire, per paura di attentati esplosivi, non si potrà più sostare. Sembravano stare bene, quegli anziani che potevano permettersi la retta. Non come quelli che andavano continuamente dal medico, ad imbottirsi di pastiglie, per le gambe, il diabete, o i polmoni.
Carlin aveva conosciuto molte persone rovinate dalle malattie, che la fabbrica espelleva in silenzio, come fosse un destino di vecchiaia, individuale. Invece che le preoccupazioni di non avere i soldi bastanti per farsi un mutuo, per comprarsi qualche muro prima che ti cacciassero.
Quel giorno si era procurato una vecchia scatola di legno, e al posto del lato davanti aveva messo un vetro. Dentro, con un lavoro di pazienza e di gioco irridente, un nastro azionato da un vecchio motorino elettrico faceva scorrere un piccolo corteo di Formiche operaie col pugno alzato che, al suono dell’Interna-zionale, inalberavano un cartello: “Sarà una risata che vi seppellirà”.

“Peppino, sai che in fabbrica coltivano i pomodori sui tetti?”
“Ma và?” questa ancora non l’avevo sentita, Carlin.
“Sì, e poi si vende di tutto. Si organizzano grigliate, te basta che sia finita prima la produzione… i vaselina, i controllori chiudono un occhio, a volte”.
“Certo che quei barotti che scavalcano il muro, di notte, per lavorare anche quando c’è sciopero, eh, Carlin... ma da dove escono questi? Hanno la terra, da lavorare, dopo il lavoro, qualche bestia... “.
“Beh, Peppino, tu dovresti saperlo, guarda che se non venivano tutti ‘sti giovani meridionali incazzati, in fabbrica, sai quelli che Lotta Continua chiamava Gasparazzo, l’operaio- massa?”


Stella a cinque punte

Mi ricordo ancora quel giorno che vidi Carlin muoversi strano, nella casa che avevamo preso in affitto in quattro. Non c’era con la testa, spostava le cose da una parte all’altra, si incavolava col mio cagnetto che guaiva per la casa.
“Senti Gianni, è successa una cosa strana. Tu sai che da certi operai dentro vengo a sapere di strani movimenti, di qualcuno che si è messo in testa di fare pazzie, cose tipo stelle a cinque punte, armi. Stasera un ragazzo bravo ma ingenuo, ha un appuntamento con quelli, per essere reclutato. Dobbiamo fare qualcosa, impedirlo, sono scelte che fanno solo distruzione per tutti.
Li vedevo sempre insieme, quei due, Carlin e Peppino. Ogni tanto mi mettevo a studiarli, non capivo chi di loro fosse Sancio Panza e chi Quijote. E poi Carlin l’avevo conosciuto in montagna, prudente e duro nel salire. E nei cortei interni dove coi carrelli buttavi giù una porta di metallo e dove volavano bulloni verso i crumiri. Lui era alla testa, senza indecisione. E ogni tanto tirava fuori la sua digitale in superotto da dentro la tuta amaranto, le immagini ballavano. Ma la rivoluzione non era un pranzo di gala - come si diceva in quegli anni. Non ci erano mai piaciute le burocrazie sindacali, i padroncini. Qui contava l’uomo, il gruppo fidato, i capipopolo, come Di Marco che bloccò la Fiat per la lotta contro le schifezze della mensa alle Presse.
Quel giorno che tutti si erano fermati, nessuno aveva mangiato, e ci eravamo di nuovo sentiti uomini, non tubi. Uomini, non bulloni-mani-nervi. Uomini, lo sguardo fondo e il passo dell’orso, calma gesso, Carlin.

Gianni, il pescatore

Anni dopo, nell’ottanta, durante l’occupazione della Fiat contro i licenziamenti l’ultima lotta prima della marcia dei quarantamila, mi daranno del traditore. Perché io Gianni Panerai abbandonai la lotta, i compagni, il sindacato nel pieno dell’occupazione dei 35 giorni, mi licenziai e andai a fare il pescatore in Sardegna, nella mia terra.
Non era sempre stato così, non per me, non per tutti. Avevamo perso, io l’avevo capito. Avevamo perso la guerra, ormai disertare non era più viltà. Ma, non tutti avevano capito la portata, storica, epocale, della disfatta. Avremmo perso la voce, e lo sguardo, e il ricordo dei miti della Resistenza dei padri. Gorgoni, in fondo al mare, briganti rastrellati dai boschi, venduti da qualche pastore, per pochi denari.
Peppino

Anche questa storia, di come Carlin finì a guidare la 500 di Peppino, è tutta da ridere.
“Tanto vera, che sembra falsa, giuda fauss” - dicevano i miei compagni delle meccaniche.
“Gianni, lo sai che Carlin aveva la patente ma non aveva mai voluto guidare per non comprare un’automobile che si mangiava tutto il suo tempo di lavoro?”
Ma quel giorno una zia aveva regalato a Peppino una cinquecento usata, e il ragazzo aveva solo il foglio rosa. Carlin aveva quasi adottato quel cane randagio, con inflessione piemontese ma con l’orgoglio di venire da un sud mai conosciuto.
Peppino era bizzarro anche perché poche persone gli andavano a genio. Lui le annusava, e solo dal suo istinto giudicava. “Se qualcuno ti fa perdere la faccia, diceva Peppino, costui è un deficiente. Perché anche al peggior avversario, devi dare modo di uscire dal suo angolo senza spalle al muro”.
E concludeva ridendo insieme a Carlin: “E noi per questo evitiamo padroni, bonzi sindacali e venduti: non vogliamo fargli perdere la faccia.”


Il tempo delle autoriduzioni, delle occupazioni delle case

Col tempo le linee della storia si confondono nella mia memoria.
Solo fatto che ha lacerato la memoria rimane, pesci impigliati che non finiscono le agonie.
Ricordo che si cercava di coinvolgere la gente con azioni dirette di democrazia: dovevano consegnare le bollette della luce, del gas, dopo averle pagate auto riducendone il costo.
Fu un relativo successo, nei quartieri popolari, soprattutto considerando che il Partito Comunista non aderì a queste forme di lotta considerate estremiste. Come la mancanza di case, di quegli anni, portò molte famiglie ad occupare direttamente case nuove. Entravano di notte e si barricavano dentro, ad esempio alle Vallette o alla Falcherà.
La cosa tragica fu lo scontro tra chi quelle case le aveva avute in assegnazione e chi le aveva occupate. In questo conflitto tra persone, alcuni violenti si ven-dicarono sparando ad un militante di Lotta Continua che cercava di fare da paciere. Tonino Miccichè, generoso giovane militante siciliano, fu ucciso.


Tonino, era stato ucciso nell’aprile del 1975 con un colpo di pistola in fronte. Il tutto avvenne al quartiere Falcherà, periferia di Torino, dove Tonino dirigeva un’occupazione di case organizzata da Lotta Continua. Un tipo lo affrontò, per una storia di un garage che gli era stato sottratto, e gli sparò.


Irruzione

“Carlin, ti ricordi di quella notte alle 3? Stavate dormendo nella vecchia casa di 7 stanze…”.
“Sì, Gianni, mi ricordo, poteva essere il 1977. Sentiamo suonare, gridare che stavano buttando giù la porta. Io apro e vengo messo contro il muro con un manganello sotto la gola mentre altri uomini armati entrano nelle stanze. Non è un bel ricordo, poteva finire male, Peppino si spaventò di più ”.
“Come mai?”
“Perché lui aveva gli occhiali nel cassetto del comodino, ma quelli pensavano volesse prendere la pistola, e stavano per sparare.”
“E allora? Cosa successe?”
“Successe che ci radunarono tutti in una stanza, polizia, mandato di perquisizione contro di me, Carlin. Pensavano ci fossero armi. Naturalmente non trovarono niente, poi ci chiesero scusa. Avevano guardato pure nella lavatrice.
Non era stato bello, no, quella volta. Mica come quando siamo partiti per il Portogallo, dove c’era in atto la Rivoluzione dei garofani…”.


Fuochi

Peppino è inquieto e nervoso, stasera. Carlin sta smontando una gabbia per uccelli, a casa sua. Quando l’impotenza monta agli occhi, come un vino andato aceto, Carlin si tocca molte volte il pizzo alla Lenin. Poi prende una gabbia che ha costruito e la smonta.

Una donna sfrattata si è data fuoco. Rimasta vedova da poco, con 400 euro non ce la faceva a vivere. In questa città feroce, le Concette lasciate sole o le Palmire vecchie sono come le vedove dell’India, buone solo da farsi legna.
Peppino pensa a quando avevano messo fuori casa suo padre anziano, con due buste di plastica in mano, fuori dalla sua casa in un quarto d’ora, per sfratto esecutivo.
Peppino era corso col cuore in gola al Sunia. Errore di comunicazione, due uffici non s’erano parlati e quest’uomo s’era trovato per strada, con ufficiale, fabbro e vigili.


La piola dei tre scalini

Ti ricordi, Peppino, di quel bar in centro, che giravi in via Po, poi facevi 50 metri, salivi tre scalini (così si chiamava) e ti trovavi in un bar dove si beveva tocai nei quartini, si mangiavano uova sode e panini con peperoni e acciughe?
Le due sorelle erano obese, e si vedevano percorrere lente il salone, strusciando i piedi come se fosse uno sforzo dedicato a te, quello di arrivare fino al tuo tavolo. Poi ti sgridavano sempre per qualcosa, anche solo per non avere spiccioli per pagare.
Era bello entrare lì dopo una manifestazione, ti sembrava di avere tutta una vita davanti.
Lì vicino c’era il bar terribile dell’Angelo azzurro: uno studente si era nascosto nella toilette per paura di un corteo. Il servizio d’ordine fece uscire tutti, e poi tirò delle bottiglie molotov per chiudere un covo di spaccio dell’eroina.
Nessuno si accorse dello studente, incastrato nella toilette, che bruciò dentro.


Alice’s Restaurant

“C’era una grande assemblea nell’università. Forse era un coordinamento di studenti delle superiori, che si trovavano lì perché allora bastava entrare a Palazzo nuovo e avere un’aula magna a disposizione. Ricordo che chiesi alla ragazza vicino a me se aveva voglia di venire al cinema.
Disse che aveva un impegno. Accettò invece la sua amica. C’era ancora l’Eridano d’essai in corso Casale. Vicino il Po. Il film era Alice’ Restaurant con Arlo Guthrie.
Vicino, nel dopo cine, il lungo Po pieno di pulviscolo bagnato, acqua grigia, ma per noi era il lungo Senna.
Lei mi raccontò che aveva dormito qualche notte sulle panchine, nei giardini vicino a casa. Aveva gli occhi verdi, le piaceva De Andrè e Pavese, e quando muoveva la gamba sinistra, per portarla avanti, sembrava levitasse. Io la tenevo per un filo.”
Raccontava Peppino, raccontava sorridendo a Carlin, di quando il giorno dopo si era presentato all’Imbarcadero del Po con la camicia a fiori, gli scarponi da basket bianchi, chitarra, giaccone rosso e birra.
Carlin, quando era stato anarchico, o forse lo era sempre rimasto.
Quando aveva fatto i corsi di teatro, “fai il sasso che rotola”.
L’operaio Carlin Dragotti, quando aveva fatto i corsi artificiere, al militare, “giù la testa, miccia corta, eh?”


Lo zoccolo duro

Quando Carlin ti fa vedere un filmato sui cortei operai, ti viene la depressione. Te li indica col dito, e ti dice questo è morto di questo, questo suicidato, questo di depressione. Questo il lato brutto del conoscere, di vista, tante persone. La cosa bella, invece, sono le storie che rimangono dopo la mareggiata.
Il tempo, in quegli anni, non scorreva. Saltava. Era un ranocchio che rideva, ti svegliavi e avevi un anno in più.
D’estate, in campeggio libero sotto l’agrumeto del compagno calabrese. Gruppi da Roma e da Torino. Al mattino, non sapevi mai chi sarebbe uscito dalle tende. Peppino, andato con la compagna fissa, disse “qua ognuno è libero, mica siam borghesi”, ecc. ecc.
Naturalmente tutti ebbero giri pazzeschi, compresa la sua compagna con un romano gagliardo. Tutti, tranne Peppino, solo in tenda e ingombrante.
Carlin e Peppino presero la 500 e tornarono al Nord, alla lotta di classe.

Poi venne il tempo che a tutte le donne dei gruppi politici fiorirono le gonne e spuntarono gli zoccoli neri, magari olandesi. Tutte si riunivano nei gruppi di auto coscienza e i maschi come Peppino si sentivano sotto processo, come i “ravanelli, rossi fuori - bianchi dentro”. Il periodo non era dei migliori, si andava dallo Scum, l’eliminazione violenta del maschio, a quelle che si sentivano omo-emozionali, cioè provavano emozioni solo nel vissuto con le altre donne/sorelle. Il maschio, nel frattempo, diventava patetico.
Improvvisamente, tutti sentirono l’ondata esplosiva del tornare a occuparsi delle proprie emozioni. La politica, le lotte, la società diventavano palle al piede.
Molti si persero nella droga, nella lotta armata. I più pensarono a rientrare in società per fare soldi e carrierismo.
Alcuni, lontani da qualsiasi forma di potere, accettarono il fallimento. E, per vivere, cominciarono a condividere, con le fasce emarginate, la ricerca di senso.


Il mondo, visto attraverso una chiave inglese.

Carlin non legge romanzi. Non ne ha né il tempo, né la voglia. Perché ingan-nano, non parlano mai della vita vera. Sono solo un’evasione, e noi dobbiamo cambiare lo stato di cose presenti, non evitarle.
Un romanzo che parlasse del tuo dormire male, per i pensieri, per il mal di stomaco, per i reumatismi. E il mal di stomaco: non per il mangiare male, no. Ma per i sindacalisti, per gli uomini del Pci in fabbrica, i pompieri. Che arrivano a far votare un accordo e poi, di fronte alla marea di braccia che si alzano per respingerlo, dicono “Approvato” e non c’è santo che tenga, il giorno dopo sui giornali: “Mirafiori, gli operai sostengono il sindacato”.
Carlin non legge romanzi “d’amore”. Non parlano mai di tutte le fatiche che una donna deve fare per essere all’altezza, per lavorare, tenere una casa, tirare su i figli, e magari essere piacente, istruita, aggiornata.
I libri non ti parlano mai delle angosce per il mutuo da pagare, avvoltoio che aleggia sui magri campi dei nostri grani. Dell’essere sempre in ritardo, della paura che succeda qualcosa a tua figlia, degli esami medici dei tuoi genitori, di tua madre anziana che non ci sta più con la testa, di tua sorella che all’im-provviso non cammina più, e devi accompagnarla in carrozzella agli esami.
Della vicina marocchina che gentile ti porta ad assaggiare il suo pane arabo, e ti fa capire che lei vorrebbe imparare l’italiano, ma non c’ha tempo.
Nei libri, mai che parlino della vita di Carlin, in questo condominio del cazzo, dove gli bruciano sempre il sellino della sua bicicletta, col mozzicone, quando non gli fregano le ruote.


Uomini contro

Una delle esperienze più brutte fu durante la lotta dell’occupazione della Fiat nel 1980. Non subito, dopo un po’ dei 35 giorni della lotta alla Fiat.
La lotta partita di slancio prevedeva gruppi di operai, che insieme ai delegati occupavano tutte le porte dei cancelli di Mirafiori. Un presidio simbolico. Per dire “siamo qui – tutto bloccato”.
C’era anche un pullman in disuso che era attrezzato come campo base, per incontri e comunicazioni. Le cooperative emiliane, in segno di solidarietà man-davano su pacchi di pasta e di frutta in quantità. La sera qualcuno organizzava una chitarra e qualche canzone a mezza voce, mentre i drappi rossi con il faccione di Marx sventolava ad ogni porta. Era stato Carlin, ancora una volta, a dare segno di rivoluzione sottotraccia.
Ricordo l’emozione di accompagnare la sorella del Che in giro per le porte, mentre recava un messaggio di solidarietà personale.
Ma poi qualcosa cambiò: come un branco col profilo dei lupi, a 50 metri di fronte a noi, che eravamo in 10 alle porte, cominciarono a radunarsi 50, 100 impiegati e operai che volevano entrare, e aspettavano il momento buono per sfondare il picchetto. Qualcuno scavalcando nella notte il muretto alto due metri, a volte veniva tirato giù e portato nel gruppo per svergognarlo.


Cafoni

Carlin non si era mai sentito razzista. Gli piacevano questi giovani operai con l’accento napoletano, calabrese, siciliano. Lui era l’uomo delle montagne, loro quelli del mare, delle pianure, dei pomodori. Ti portavano del salame, e si offendevano se non lo mangiavi. Guardavano sotto le ciglia, aspettavano un sospiro, un “buono, eh”. E come il vino andava giù, un bicchiere solo, così bastava poco per capirsi.
Contro il capo che tagliava i tempi, che non voleva mandarti neanche a pisciare: uno sguardo e si bloccavano le linee. Le mani giravano in fretta. I bulloni anche. Questi non erano il “barot” delle campagne, che chinava la testa per finire prima e sfinirsi ancora nella terra di casa, alla sera. Questi erano bottiglie esplosive: venuti su con una valigia piccola, affittavano insieme al compare, magari un letto a turno. E mangiare in mensa.
“Dovevi vederli”, diceva Carlin, come si chiamavano tra le linee di montaggio, in verniciatura. Dovevi vedere i baffi del carrellista, Angelo: tornava lo scugnizzo pugliese che tira calci al pallone, mentre i capi sparivano in un posto dove anni prima avevano inventato i reparti confino per gli operai comunisti, l’officina stella rossa, te la ricordi, tutti gli iscritti al Pci, alla Fiom degli anni duri, quelli di Emilio Pugno, di Garavini. La Fiat, con gli indesiderabili, li metteva da soli, a impazzire, a spazzare trucioli, la morte civile.
E adesso, con i cortei che uscivano come fiumi in piena, col coniglio appeso al tamburo per dire via, cacciamo i crumiri.
E adesso via con quella razza di uomini alberi, usciti dalle campagne greche, calabresi: capipopolo come i Norcia, Di Marco che mai più conosceranno così da vicino il significato della forza, potente, di uomini che cercano uguaglianza, democrazia, pane e libertà.
Carlin licenzia la Fiat

“Il 25 aprile, nel 40° della Liberazione, Carlin aveva preso la penna in mano, per scrivere al “Direttore del personale - Fiat Auto Spa - Settore energia - Mirafiori”:
“Egr. Signor Direttore - diceva la breve lettera, parafrasando esattamente il testo con cui l’azienda usa comunicare il licenziamento ai dipendenti -, considerato che l’art. 25 del Contratto nazionale di lavoro, 1 sett. 1983, stabilisce che «le dimissioni del lavoratore possono aver luogo in qualsiasi giorno della settimana» con un preavviso (nel mio caso) di 12 giorni lavorativi, scelgo questo giorno, storicamente e politicamente significativo, per comunicarVi che non intendo proseguire il mio rapporto di lavoro con codesta Ditta; cioè che intendo ritornare in possesso della mia libertà. Applicando il coefficiente 1,2 come da Contratto, la mia permanenza in Fiat dovrebbe terminare, salvo errori, il giorno 8 maggio (data, peraltro, essa pure significativa). Vi invito pertanto, entro tale data, a dar corso alle procedure relative a tutte le mie spettanze. Distinti saluti.”


Carlin sarà l’unico a licenziarsi senza prendere una lira di buonuscita incen-tivata, quella che per 9 avanguardie era arrivata fino a 900 milioni di lire, pur di farli uscire dalla Fiat.

Oggi Carlin vive con i soldi di una modesta pensione e con quelli che ricava dalla sua vita di artista. Probabilmente è venuto nella vostra città, con una mostra dei suoi pupazzi di gomma piuma, con testi di Stefano Benni e Altan che ha fatto conoscere e con i quali ha realizzato il libro di Babonzo.













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